22 Ottobre 2021
- Suore Apostoline, Spazio Bibbia, Bereshit

Commento alla prima Lettura della XXX Domenica del T.O.
a cura di M.Francesca e Letizia ap

Dal libro del profeta Geremìa (31,7-9)

Così dice il Signore:
«Innalzate canti di gioia per Giacobbe,
esultate per la prima delle nazioni,
fate udire la vostra lode e dite:
“Il Signore ha salvato il suo popolo,
il resto d’Israele”.
Ecco, li riconduco dalla terra del settentrione
e li raduno dalle estremità della terra;
fra loro sono il cieco e lo zoppo,
la donna incinta e la partoriente:
ritorneranno qui in gran folla.
Erano partiti nel pianto,
io li riporterò tra le consolazioni;
li ricondurrò a fiumi ricchi d’acqua
per una strada dritta in cui non inciamperanno,
perché io sono un padre per Israele,
Èfraim è il mio primogenito».

Il testo di Geremia, che la liturgia domenicale ci offre, è un breve estratto di quella “parola di consolazione” che occupa nell’intero libro i cc. 30-33.
A Geremia è consegnata una parola sferzante nel tempo della caduta di Israele in mano a Babilonia, una parola profetica che sappia guidare dentro la fine verso un nuovo inizio. È scomodo Geremia, porta un messaggio che non si vuol sentire. Eppure, in mezzo alla denuncia del tradimento del popolo e all’annuncio che Dio certamente porterà a compimento la distruzione che Israele ha cominciato con il suo peccato, “accadono” queste parole di speranza, di luce, di tenerezza infinita. Come a dire che la salvezza del Signore la sperimentiamo dentro al fallimento della caduta, del tradimento e del peccato che provoca le nostre distruzioni, la fine delle nostre storie e la sterilità dei nostri cammini.
Allora queste immagini che Geremia ci regala diventano un respiro e non una parentesi, una carezza e un incoraggiamento ad attraversare il turbine di ogni storia fallita. Sono la promessa di un ritorno a vivere, di un popolo che finalmente torna a camminare insieme al passo della vita (quello della donna incinta e della partoriente) e al passo della fragilità accolta e curata (quello del cieco e dello zoppo). La paternità materna di Dio, all’opera dal primo istante della creazione, accompagna continuamente il cammino di ritorno di ciascuno. Perché tutti siano a casa.


Qôl/call

“Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me” (Cf Mc 10,46-52), aiutami a passare attraverso la fine di un modo di essere e di vivere che mi confina ai margini della vita, per gustare l’immenso dono della tua salvezza.

sr. Letizia 
molesti.l@apostoline.it