26 Agosto 2022
- Bereshit, Suore Apostoline, Spazio Bibbia

Commento alla prima Lettura della XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO C,
a cura di M.Francesca e Letizia ap

Dal libro del Siràcide (3,17-20.28-29)

Figlio, compi le tue opere con mitezza,
e sarai amato più di un uomo generoso.
Quanto più sei grande, tanto più fatti umile,
e troverai grazia davanti al Signore.
Molti sono gli uomini orgogliosi e superbi,
ma ai miti Dio rivela i suoi segreti.
Perché grande è la potenza del Signore,
e dagli umili egli è glorificato.
Per la misera condizione del superbo non c’è rimedio,
perché in lui è radicata la pianta del male.
Il cuore sapiente medita le parabole,
un orecchio attento è quanto desidera il saggio.

Chi accoglie la condizione di figlio e la riconosce come il bene prezioso della sua vita, impara volentieri lo stile del Padre, si lascia educare e correggere. A chi è figlio viene donata la sapienza che è innanzitutto l’arte del vivere bene, con un senso, con gusto. Questa arte di vivere si impara da Dio.
E una perla di sapienza è concentrata in questi pochi versetti di Siracide, uno dei libri della Bibbia chiamati, appunto, “sapienziali”. Come si riconosce una persona che vive la propria vita in modo saggio, da figlio del Padre? Si riconosce dalla sua mitezza e umiltà, perché è questo il modo di essere di Dio. La mitezza e l’umiltà sono come una calamìta capace di attirare le persone, perché chi è mite diventa subito degno della fiducia altrui. Al contrario, chi è superbo, orgoglioso, presuntuoso, alimenta in se stesso quella radice di male che genera il peccato, cioè una condizione di vita misera, lontana dagli altri e destinata alla solitudine e all’oblio.
Il motivo sapienziale dell’umiltà ricorre maggiormente nei Salmi. Uno spunto tra tutti ce lo offrono la versione greca e siriaca di un versetto del Salmo 101 (v. 5b) che recita così: “Chi è superbo di occhi e gonfio di cuore, con lui non mangio”.
La mitezza e l’umiltà non sono certo atteggiamenti astratti ma si possono tradurre in vita quotidiana cominciando dal chiedersi: con chi mangi? Chi si siede alla tua tavola? E tu alla tavola di chi ti siedi o vorresti sederti?
Come Gesù indica chiaramente al capo dei farisei che lo ha invitato a casa sua per pranzare (Lc 14,1.7-14), chiediti: c’è posto alla tua mensa per chi non è invitato da nessuno? O c’è posto solo per la stretta cerchia dei “tuoi” (familiari, amici, parenti…) o per colui dal quale desideri ricevere un contraccambio, un favore per ottenere benefici particolari e interessi di comodo?
La mitezza e l’umiltà dei figli partono da qui.


Qôl/call

Riscopriamo i pasti in famiglia come luoghi concreti per imparare la mitezza e l’umiltà, la collaborazione gratuita e semplice, per essere presenti gli uni agli altri da figli del Padre, nella  condivisione, nel servizio reciproco, nell’amore che nutre.

sr. Letizia 
molesti.l@apostoline.it