23 Settembre 2022
- Bereshit, Suore Apostoline, Spazio Bibbia

Commento alla prima Lettura della XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO C,
a cura di M.Francesca e Letizia ap

Dal libro del profeta Amos (6,1.4-7)

Guai agli spensierati di Sion
e a quelli che si considerano sicuri
sulla montagna di Samaria!
Distesi su letti d’avorio e sdraiati sui loro divani
mangiano gli agnelli del gregge
e i vitelli cresciuti nella stalla.
Canterellano al suono dell’arpa,
come Davide improvvisano su strumenti musicali;
bevono il vino in larghe coppe
e si ungono con gli unguenti più raffinati,
ma della rovina di Giuseppe non si preoccupano.
Perciò ora andranno in esilio in testa ai deportatie cesserà l’orgia dei dissoluti.

Bastano poche parole al profeta Amos per stigmatizzare la situazione di dipendenza dai poteri di palazzo che alcuni privilegiati all’interno del popolo di Israele vivono. Si parla di un gruppetto di protetti, che si sono affiliati alla classe dirigente straniera e in essa pongono la loro sicurezza. Sorprende l’attualità di questa Parola.
Se è vero che in ogni epoca c’è il rischio che l’autorità costituita si rinchiuda nei propri palazzi a usufruire delle primizie, del meglio per sé, senza curarsi di come le persone a loro affidate realmente vivano, allo stesso tempo questa parola profetica ci chiede da che parte stare. Il potere nel mondo è una realtà, un dato di fatto. Ma occorre sempre chiedersi come vogliamo usarlo, per quello che spetta a ciascuno di noi: se come grazia, nei confronti degli altri, o come disgrazia.

Amos denuncia senza mezzi termini e con molta precisione di immagini, la mondanità di questi personaggi pubblici: i banchetti, le ubriacature, gli eccessi… propri di chi confida nelle alleanze coi potenti e in queste (false) libertà.
Coloro che si abituano a usare i beni per sé non si preoccupano più di niente e di nessuno, tantomeno “della rovina di Giuseppe (cioè del resto del popolo, della loro gente) non si preoccupano”. Il verbo usato in ebraico significa, ancor più incisivamente, lasciarsi ferire, quindi toccare dalla condizione altrui, per cui se ne prova pena, dolore. Addolorarsi è il significato. Non c’è più spazio per sentire il dolore dell’altro, non c’è posto per uno stile di vita compassionevole e umano, i sensi sono anestetizzati dall’ubriacatura del lusso.

Il giudizio annunciato dal profeta sarà severo e nella Bibbia il giudizio è sempre il contesto in cui Dio mette fine all’arroganza umana. Rispettando un ordine che ha dell’ironico, i primi nel lusso saranno adesso i primi nell’esperienza della prigionia. Un privilegio completamente ribaltato, come la sorte del ricco rispetto al povero Lazzaro della parabola raccontata da Gesù nel vangelo di Luca (16,19-31).
La ricchezza in sé non è un male. Ma il peccato del ricco è quello di pensare che la condizione del povero non sia affar suo, che non lo riguardi e che ognuno sia artefice del proprio destino.


Qôl/call

Gesù, tu sei l’unico disposto ad assumere il punto di vista dei poveri e a vedere la realtà con i loro occhi: fa’ che ci accorgiamo di chi sta seduto ai piedi delle nostre mense, mendìco di attenzione e cura, e che usiamo i nostri beni materiali e spirituali per volersi bene come fratelli.

sr. Letizia 
molesti.l@apostoline.it