25 Marzo 2022
- Suore Apostoline, Spazio Bibbia, Bereshit

Commento alla prima Lettura della IV Domenica di Quaresima ANNO C,
a cura di M.Francesca e Letizia ap

Dal libro di Giosuè (5,9-12)

In quei giorni, il Signore disse a Giosuè: «Oggi ho allontanato da voi l’infamia dell’Egitto».
Gli Israeliti rimasero accampati a Gàlgala e celebrarono la Pasqua al quattordici del mese, alla sera, nelle steppe di Gerico.
Il giorno dopo la Pasqua mangiarono i prodotti della terra, àzzimi e frumento abbrustolito in quello stesso giorno.
E a partire dal giorno seguente, come ebbero mangiato i prodotti della terra, la manna cessò. Gli Israeliti non ebbero più manna; quell’anno mangiarono i frutti della terra di Canaan.

Il libro di Giosuè racconta di promesse mantenute. Dopo il cammino, l’arrivo alla meta; dopo un passato da schiavi, un futuro da figli liberi; dopo il cibo dal cielo (la manna), i frutti della terra.
È un nuovo inizio, una storia nuova che riparte.
Quando Dio promette fa già intravedere la realizzazione della sua promessa, che è sempre arrivo e partenza verso una condizione ulteriore, premessa per un nuovo compimento. È così che Dio manda avanti la storia della salvezza: di promessa in compimento, di desiderio in soddisfazione, di novità in fedeltà. Continuamente.
Questo testo solenne, che racconta la celebrazione della prima Pasqua nazionale nella terra, è anche un progetto di vita e di libertà.
Chi scrive sa che la storia del popolo andrà da tutt’altra parte, che quel dono prezioso della terra sarà perduto e che, dopo la dispersione, ci sarà bisogno di tornare al Signore e di ricostruire, dalle macerie dell’infedeltà alla propria storia, una storia nuova.
Proprio per questo l’autore sacro scrive, perché è importante fermarsi, nell’oggi di ogni tempo in cui si offuscano le promesse di vita e di fraternità, a guardare la “terra” avuta in dono da Dio: la nostra personale chiamata alla vita, la chiamata all’amore scelto e vissuto in uno stato di vita, la chiamata a spendersi per l’altro nelle relazioni che viviamo, soprattutto la chiamata a stare nella relazione con Dio da figli liberi e fratelli tra noi.
A questo progetto possiamo sempre tornare, gustarne i frutti belli, sentirci attesi, abbracciati e perdonati dal Padre (Cf Lc 15,1-3.11-32). E per fare questo il tempo favorevole è sempre uno:  l’oggi!


Qôl/call

Quel cibo del cielo, con il quale Dio ha educato il popolo alla fiducia in lui, lascia il posto ai frutti della terra. Anche di questi frutti ci si deve imparare a fidare, questa volta sporcandoci le mani attivamente perché il progetto di Dio giunga a maturazione. Farò anch’io la mia parte?

sr. Letizia 
molesti.l@apostoline.it