14 Gennaio 2022
- Suore Apostoline, Spazio Bibbia, Bereshit

Commento alle prime Letture della II Domenica del T.O. ANNO C,
a cura di M.Francesca e Letizia ap

Dal libro del profeta Isaia (62,1-5)

Per amore di Sion non tacerò,
per amore di Gerusalemme non mi concederò riposo,
finché non sorga come aurora la sua giustizia
e la sua salvezza non risplenda come lampada.
Allora le genti vedranno la tua giustizia,
tutti i re la tua gloria;
sarai chiamata con un nome nuovo,
che la bocca del Signore indicherà.
Sarai una magnifica corona nella mano del Signore,
un diadema regale nella palma del tuo Dio.
Nessuno ti chiamerà più Abbandonata,
né la tua terra sarà più detta Devastata,
ma sarai chiamata Mia Gioia
e la tua terra Sposata,
perché il Signore troverà in te la sua delizia
e la tua terra avrà uno sposo.
Sì, come un giovane sposa una vergine,
così ti sposeranno i tuoi figli;
come gioisce lo sposo per la sposa,
così il tuo Dio gioirà per te.

Il Tempo Ordinario si apre con questo coraggioso “non tacerò” pronunciato dal Profeta Isaia. È un programma chiaro, perseguito con determinazione: “Per amore di Sion non starò zitto…, non starò in pace…”. Ci sono parole da dire ora, da ricordare oggi, per mettere a tacere le altre voci lasciate nel cuore dall’esperienza dell’esilio come da tutte le esperienze amare dell’esistenza.
Quello che stupisce è che la promessa di Dio, antica di giorni, nel testo viene paragonata alle nozze di due giovani innamorati che si affacciano alla vita con la delicatezza ingenua e pulita dei loro sentimenti (v.5).
Ma qui non siamo agli inizi dell’alleanza: a questo punto della storia c’è tutto il peso di una relazione che è iniziata già con le sue tensioni, si è logorata e appesantita con gli anni e con le scelte, dando spazio ad “altro”, agli idoli piuttosto che a Dio. C’è il peso del tradimento del popolo, del tacere e non riuscire a comunicare più con il Signore, come testimonia l’esperienza dura dei profeti, fino alla (apparente) fine di un amore, ferito dalla dura prova dell’esilio… Anche i cammini vocazionali, nelle varie scelte di vita e percorsi di fede, non sono esenti da questi passaggi.
In tutto ciò, ecco l’annuncio: “il mio compiacimento è in te, tu sei luogo della mia gioia”, dice il Signore, “ti chiameranno ‘Amata’, non più ‘Abbandonata’; ti scoprirai parte di un progetto d’amore, non più in balìa della dispersiva devastazione del non senso”.
La scelta chiara del profeta è quella di non dare spazio ad altre parole che non dicano la gioia di questo “Nome nuovo”, conosciuto e segreto a un tempo (Cf Ap 2,17), che trasforma una vita fatta di amari silenzi in vino buono degno di una festa di nozze (Gv 2,1-11).


Qôl/call

“Per amore del mio popolo non tacerò” è diventato anche il motto di don Peppe Diana, sacerdote e “profeta di speranza” per la sua terra e la sua gente di Casal di Principe.
Quale speranza sono chiamato ad accendere nei contesti in cui vivo? Con quale ferma decisione?

sr. Letizia 
molesti.l@apostoline.it