LA LATTAIA

di Jan Vermeer

 

 

 

Una donna che versa il latte s’impone nello spazio, il corpo robusto ci appare come una solida rocca­forte fissando nella me­moria quel suo gesto tanto quotidiano.
Quante volte lo avrà fatto? Sconcertante bana­lità o semplicità delle piccole cose di ogni giorno che, come mattoncini del nostro presente, fatto di attese e “ritornelli”, nel ripetersi ormai ci stancano? Quel gesto è uno dei tanti, ma per noi l’unico che mai potremo vedere della vita nasco­sta di una lattaia olandese.

Anche la vita del suo au­tore ci resta in parte ve­lata, quella di Jan Vermeer (Delft, 1632 – 1675) è una biografia che pro­cede tra luci e ombre: uniche fonti certe sono registri e commenti di altri artisti, ma lui che della luce è stato mae­stro assoluto, sembra ve­stirsi di chiaroscuri perché non ci arrendessimo nel cercare nelle sue opere la fonte di quell’at­traente magia, di quell’incantesimo fatto di polvere e nulla più.
La sua è polvere di luce, che illuminando scopre le cose più minute e marginali della vita.

 

La “Lattaia” è un lavoro della fase matura dell’ar­tista, che dipinge l’am­biente spoglio di una cucina con al centro un rivolo di latte che da una brocca cade in un altro recipiente, la cui superficie smaltata riflette la luce che proviene dalla finestra. Sul tavolino anche del pane in una cesta di vimini che la luce invece la assorbe.
L’interno domestico, assai modesto, è avvolto nel silenzio, ma l’aria rare­fatta restituisce il rumore del latte mentre viene versato (chiudo gli occhi e mi pare di sentirlo!). Se sul pavimento ci sono delle briciole e un povero scal­dino, in primo piano fa da contrasto una preziosa tovaglia blu, colore otte­nuto dal lapislazzuli, pigmento dal costo proibitivo a cui l’artista non ri­nunciò mai, nemmeno negli anni più duri (mo­rirà infatti pieno di debiti). L’ampio e sapiente uso della camera oscura, inoltre, mostra con minuzio­sità i dettagli che quasi emergono in filigrana, ma a Vermeer non inte­ressa costruire scene di genere o di nature morte, fa qualcosa di più: toglie dall’anonimato il soggetto del quadro dandogli un valore più spiri­tuale di quel che vuol far credere.
Centro dell’invenzione è la luce naturale che pe­netra nella quotidianità senza fare rumore, illu­mina il volto concentrato della lattaia nel gesto che si fa quasi rituale. Questa calda luce entra e tocca la scena che da esteriore diventa paesag­gio interiore, sacralizzando l’immagine di un frammento di vita.
Se da una parte la luce naturale ci permette di indagare nelle pieghe dell’ordinario, dall’altra suggerisce un tono so­lenne, come dire che in quelle pieghe si nasconde il senso profondo di una presenza che pervade senza invadere, rag­giunge e disegna ogni cosa con grazia e gra­dualmente, al ritmo di un tempo tutto umano.
Quante “faccende” quoti­diane parlano al nostro spirito del miracolo che si fa spazio in qualcosa di piccolo, semplice e ripe­titivo, come un sorriso o un’abitudine qualunque? Quante volte proprio in questi momenti mono­toni e sfuggenti scopriamo qualcosa di nuovo, in cui percepiamo lo spes­sore dell’esistenza? Forse quella luce diventa so­prannaturale quando ci permette di vedere in modo nuovo o diverso le stesse cose di prima.

Un’ultima curiosità, Ver­meer in realtà non ci mo­stra una cucina ma il suo studio, è così per molte delle sue opere con una luce che viene da sinistra. Cosa voglio dire? Non re­stiate delusi, anzi!
Estraendo il personaggio dal trambusto del mondo, lo ha portato sotto la sua luce migliore, o me­glio, sotto quella che avrebbe consentito a lui stesso di vedere l’anima in trasparenza sotto la sua scorza ruvida, di sentire davvero la verità nascosta sotto la superfi­cie in un gioco di riflessi tra se stesso e il mondo, tra dentro e fuori, realtà e apparenza.

(Erica Romano, rivista SE VUOI 3/2022)