«Ci RIFIUTIAMO di essere nemici»

Nel 1916 mio nonno Daher Nassar comprò un pezzo di terra situato a sud-ovest di Betlemme di circa 42 ettari. Egli concluse questa operazione durante il dominio dell’impero ottomano sulla Palestina e – “primo fatto del tutto inusuale” per il tempo – si premurò di registrare ufficialmente il suo atto di acquisto.

Il “secondo fatto inusuale” che caratterizzò la storia della mia famiglia fu quello che i miei nonni – Daher e Adibe – decisero di trasferirsi da Betlemme per vivere nella collina acquistata con l’intento di costruirvi una fattoria e iniziando ad abitare in una grotta scavata nella terra. Cominciò così anche per i loro figli – Bishara, mio padre, e mio zio Nayef – una nuova vita legata alla fattoria e al lavoro che si svolgeva in essa. Anche noi, la generazione dei figli di Bishara e dei nipoti di Daher, siamo cresciuti e siamo stati educati con questo profondo attaccamento alla nostra terra.

Nel 1967, dopo l’occupazione della Cisgiordania e di Gaza, le autorità israeliane iniziarono la politica della colonizzazione nei territori palestinesi attraverso la confisca della terra e la costruzione degli insediamenti. Nel 1991 anche la nostra terra fu dichiarata “state land” (terra appartenente allo stato d’Israele). La nostra risposta a questa azione fu quella di rivolgerci al tribunale militare israeliano. In quel momento il giudice rimase sbalordito e senza parole perché non aveva mai visto nulla di simile… Certificati di proprietà risalente al 1916 e controfirmati da ben tre diverse amministrazioni! Ciò nonostante, invece di chiudere immediatamente il caso, il giudice decise rinviarlo: il nostro pezzettino di terra aveva assunto un interesse sempre maggiore a motivo della sua posizione strategica. Fino ad oggi, passati ormai 25 anni (e 170.000 $ ) e, stiamo ancora lottando nei tribunali israeliani per veder riconosciuto quanto ci appartiene.
Nel corso di questi anni le autorità israeliane hanno tentato di distoglierci dalla nostra lotta con un’altra strategia, aumentando la pressione psicologica su di noi. Tra il 1991 e il 2002 siamo stati ripetutamente bersaglio di attacchi da parte dei coloni circostanti che hanno distrutto i nostri alberi e danneggiato le riserve d’acqua, hanno costruito le loro strade sulla nostra proprietà, fino a giungere a minacciarci con armi. La strada principale che conduce alla nostra proprietà è bloccata dal 2001.

Credere nel futuro

Quando ci si trova a vivere in contesti difficili a motivo della situazione politica e della crescente violenza, la prima sensazione che nasce è quella della mancanza di speranza per il futuro. Solitamente, di fronte a questa, si aprono tre possibili modi di rispondere: la violenza, la rassegnazione e la fuga.
Che cosa fare dunque? Come possiamo reagire senza diventare violenti, vittime o rassegnarci alla fuga? Prima di iniziare a percorrere una strada nuova e diversa è necessario fare chiarezza con se stessi e ribadire ciò in cui si crede. I quattro principi fondamentali in cui crediamo sono:

  • Ci rifiutiamo di essere delle vittime… Per noi è importante lottare contro ogni “mentalità vittimistica” in modo da essere davvero liberi di agire e non solo di reagire.
  • Ci rifiutiamo di odiare e nessuno ci può obbligare a farlo… Noi crediamo che ogni uomo è creato a immagine e somiglianza di Dio e non per entrare in una spirale di odio reciproco. Alla luce di questo riteniamo necessario ricorrere sempre alla distinzione tra le persone e le cattive azioni che possono compiere.
  • Vogliamo mettere il Vangelo e la nostra fede cristiana a fondamento della nostra resistenza non violenta.
  • Crediamo fortemente nella giustizia… E crediamo che un giorno, presto o tardi che sia, la giustizia avrà le meglio e trionferà.

Abbiamo iniziato così una nuova forma di resistenza non violenta. Si tratta di uno stile costruttivo, capace di pensare in positivo, di contrastare l’odio con l’amore, le tenebre con la luce… Lo slogan che ci accompagna è “noi ci rifiutiamo di essere nemici” e, illuminata da esso, è nata la realtà della Tenda delle Nazioni. Si tratta di un progetto in cui il nostro scopo originario di coltivare la terra vuole essere perseguito trasformando le “energie negative” in “positive”, aprendoci alle persone di diverse provenienze, culture, religioni, invitando ciascuno a venire a conoscerci.
Con questo “spirito positivo” abbiamo iniziato a guardare le nostre grandi sfide come piccoli problemi che potevamo affrontare e superare.
Durante l’anno offriamo alcuni programmi per i bambini e le donne di Betlemme e dei villaggi circostanti, e con i volontari (locali e internazionali) nel tempo della raccolta dei frutti dei nostri alberi. Stiamo anche portando avanti una campagna per piantare nuovi alberi d’ulivo. Piantare una pianta di ulivo è un modo per imparare a credere nel futuro!
La Tenda delle Nazioni crede nei piccoli passi, quelli che concretamente si possono fare, e non teme il fatto che si possa anche inciampare, perché è sempre possibile rialzarsi e continuare il viaggio verso la ricerca attiva di una giustizia sostenuta dalla fede, dalla speranza e dall’amore, accompagnata dal grido: “Ci rifiutiamo di essere nemici!”

Per maggiori informazioni
potete vistare il nostro sito www.tentofnations.org
e mettervi in contatto con Laura Munaro, la referente dei nostri contatti con gli amici in Italia.

(di Daoud Nassar, Tent of Nations – People building Bridges, SE VUOI 5/2016)