Essere prete in Iraq

 

Ciao a tutti! Sono don Mokhles Shishah, sacerdote iracheno. Sono nato a Bagdad, la capitale dell’Iraq. Ho studiato presso la Facoltà del turismo e subito dopo la laurea ho lavorato come impiegato statale. Dopodiché, come è la prassi da noi, ho fatto il servizio militare. Nel 1999 sono entrato in seminario a Bagdad. Anni intensi e belli, fatti di preparazione, esperienze e studio. Nel 2006 sono stato ordinato sacerdote. In quegli anni la vita per tutti noi era molto difficile. L’invasione di stati stranieri aveva causato una guerra molto dura, con tutte le difficoltà che ogni conflitto si trascina dietro. Noi soffrivamo soprattutto per la mancanza di libertà. Quella non era stata l’unica guerra… Il mio Paese subiva le conseguenze anche dei conflitti precedenti (contro l’Iran, 1980-1988 e di seguito quello contro il Kuwait, 1990-1991). Negli anni successivi al mio sacerdozio sono entrate nel mio Paese diverse correnti terroristiche come Al-Qaeda e l’Isis. Ma apriamo una parentesi: il mio Paese non è solo guerra!
L’Iraq ha una storia antichissima. Qui sono nate tante grandiose civiltà, basti ricordare Babilonia che nel IV secolo a.C. era la più grande città del mondo allora conosciuto. L’Iraq è anche la terra del nostro padre Abramo che per comando di Dio lasciò la città di Ur per andare nella terra dove Dio, passo dopo passo, lo avrebbe condotto, verso la sua promessa: una terra e un popolo numeroso come le stelle del cielo e la sabbia del mare! Da Abramo nascono le tre maggiori confessioni: ebraica, cristiana, islamica.
…E non dimentichiamo il famoso Re Hammurabi (1850-1750 a.C.) il quale realizzò la prima raccolta di leggi in forma scritta. Nella mia terra sono anche nati racconti e leggende che ancora oggi sono ricordati in tutto il mondo, ad esempio i racconti di Alì Babà e i 40 ladroni e di Sinbad il Marinaio con i suoi avventurosi viaggi.

Ritornando ora alla mia storia personale non dimenticherò mai quanto è accaduto il 31 ottobre 2010… Mentre stavo celebrando la santa messa in un piccolo santuario, nella vicina cattedrale, dedicata alla Madonna del Soccorso, sono entrati alcuni terroristi islamici di Al-Qaeda. Anche qui si stava celebrando la messa. C’erano 150 persone tra sacerdoti, diaconi, coro e fedeli. Alcuni furono presi in ostaggio altri sono riusciti a scappare… I primi tra gli ostaggi a essere uccisi furono due giovani miei confratelli e amici sacerdoti, don Thaer e don Wassim, colpiti mentre cercavano di impedire al commando armato di far del male alla gente. Subito dopo i terroristi uccisero 46 persone tra uomini, donne e bambini, 6 in tutto, anche molto piccoli. Una settantina di fedeli rimasero feriti. Un vero e proprio martirio. Io mi sono salvato dalla morte solo perché insieme ai miei confratelli c’ eravamo dati dei turni nelle celebrazioni e quella domenica io dovevo andare nella chiesa vicina, dove non è successo niente. Mi sono salvato così.
Dopo l’attentato, appena la situazione è risultata più tranquilla, i cristiani, a motivo del terrorismo, volevano lasciare il Paese, ma non è stato possibile neanche questo… sia per la povertà sia perché ci veniva impedito di andare altrove. Nel frattempo l’Isis si è costituito come un gruppo ben organizzato per portare avanti il progetto terroristico di distruggere tutto e uccidere tutti quelli che non erano d’accordo con le loro idee. I primi posti che hanno invaso con la forza sono state le zone dove si trovavano i cristiani (piana di Ninive). L’Isis è rimasto lì per tre anni. I cristiani che sono riusciti a fuggire si sono poi sparpagliati all’interno del Paese. Come alloggio per dormire usavano le tende e sopravvivevano con un pasto al giorno. Ora piano piano stanno ritornando nei loro territori. In questo periodo gli abitanti dell’Iraq vivono con maggiore difficoltà di prima per un motivo “nuovo” che è il coronavirus. Proprio per la mancanza di una buona sanità e per il contesto sociale ed economico già molto compromesso la situazione è diventata ancora più difficile…
Ora mi trovo in Italia per approfondire i miei studi. Presto però ritornerò nel mio Paese.
Siamo un popolo forte, tenace e di antiche tradizioni e sono certo che con l’aiuto di Dio e il sostegno dei fratelli ce la faremo!

(Don Mokhles Shishah, rivista SE VUOI 4/2020)