Cast tecnico

Titolo originale: Manbiki kazoku
Titolo internazionale: Shoplifters
Regia: Hirokazu Kore-eda
Sceneggiatura: Hirokazu Kore-eda
Fotografia: Ryüto Kondō
Montaggio: Hirokazu Kore-eda
Musiche: Haruomi Hosono
Durata: 121’
Genere: Drammatico
Nazione: Giappone
Distrib. Italia: BIM Distribuzione
Anno di uscita in Italia: 2018 

Cast artistico

Osamu Shibata: Lily Franky
Nobuyo Shibata: Sakura Andō
Hatsue Shibata: Kirin Kiki
Aki Shibata: Mayu Matsuoka
Shota Shibata: Jyo Kairi
Yuri: Miyu Sasaki
Miyabe Kie: Chizuru Ikewaki
Takumi Maezono: Kengo Kōra

 

Sguardo di insieme

In un quartiere ai margini di Tokyo vive una coppia: Osamu Shibata, operaio edile a occasione e ladruncolo a tempo pieno e sua moglie Nobuyo, impiegata, miseramente pagata, di una lavanderia. C’è un figlio, Shota e la sorella della madre, che lavora part time in un peep-show.
La famiglia si appoggia in gran parte sulla pensione della nonna, integrata da altre somme di poco chiara provenienza. Mentre il padre, con Shota rubacchia al supermercato, scopre Yuri, una bambina senzatetto, abbandonata dai genitori. Osamu la porta a casa sua e presto tutti si rendono conto che la piccola porta segni di maltrattamento che commuovono Nobuyo e portano la famiglia, nonostante le sue misere finanze, ad adottare, anche se informalmente, la bambina. Questa è la prima parte del film. Un incidente inatteso apre la seconda parte del film e rivela segreti nascosti, mettendo alla prova i legami che uniscono la famiglia che si è composta tutta così, senza quasi nessun legame di sangue. Una famiglia per scelta. 
Il momento finale del film è straziante perché il ragazzo e la bambina vengono riconsegnati ai rispettivi genitori e la madre si autoaccusa e finisce con lo scontare cinque anni di prigione. Il film si chiude sullo sguardo della piccola Rin (Aki), fermo nel vuoto. La piccola si sente abbandonata di nuovo a se stessa e forse sogna di essere salvata un’altra volta, forse sogna di avere di nuovo una famiglia. 

Cosa rende una famiglia davvero famiglia?

La piccola comunità di persone che pare unita da legami di parentela – infatti c’è una coppia e c’è una “nonna” – tale non si rivela nella seconda parte del film. La grande domanda che Kore-eda si pone e pone allo spettatore è: “Cosa rende famiglia una famiglia?”.
Difatti, la famiglia del film non è ciò che sembra, ma riguarda l’affetto, che è la sola cosa che conta.
Il film è una visione antropologica sulla famiglia, dura e tenera al tempo stesso, dove il gruppo apparentemente a-morale rivela un cuore comune. Se il film, nella sua prima parte, va incontro alle aspettative dello spettatore, nella seconda fa esplodere la “carta dei valori”, mettendo da una parte i “buoni” e dall’altra i “cattivi”, e facendo riflettere su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.
Lo spinoso conflitto tra legge morale e legge sociale trapela da ogni scena e quando il cuore dello spettatore si è riscaldato per i sentimenti positivi che emergono dalle scene di generosità, bontà e tenerezza nei confronti della bambina, ecco che viene colpito dalla dura realtà della riconsegna della piccola ai propri genitori che, comunque, la maltrattano. Eccola sottratta alla luce e al calore che l’avevano avvolta per pochi giorni, ed ecco anche il ragazzino, che inaspettatamente scopriamo essere stato anche lui “preso” dalla strada, venire riconsegna- to ai propri genitori. Una storia che finisce con il supremo atto di generosità della “mamma” adottiva che prende tutta la colpa su di sé e, con essa, si prende 5 anni di prigione.
La “morale” – se di morale si può parlare – del film sta al punto di incontro-scontro tra legge e natura, con la vittoria della legge che rende impossibile la costruzione di un modello alternativo da una parte e ribadisce con grande forza il valore e le ragioni della natura dall’altra.
Un film difficile da accettare perché la famiglia presentata dal film, pur con i suoi nei vistosi e le sue stranezze è davvero una famiglia-comunità, dove si ama e lo si esprime. La famiglia contemporanea giapponese ha un grande bisogno di riflettere e di rifocalizzarsi su ciò che davvero conta. Il film svuota la famiglia dei suoi rapporti biologici e la ripropone invece come comunità.
A livello artistico il film ha una grande poetica: gli sguardi, i suoni, i gesti vengono messi in evidenza attraverso la comunicazione non verbale. 

Nella seconda parte dominano invece i primi piani, i “quadri” dove la macchina da presa registra ciò che accade senza fare nessun movimento.
Ora, ha senso parlare di equilibrio tra devianza (insegnare ai piccoli a rubare) e coesione affettiva interna? La famiglia è davvero quel gruppo che protegge, accudisce, ama? Quanto contano i legami di sangue e quanto invece contano i legami acquisiti? Cosa tiene uni-te le persone? I legami forti possono sostituire i legami di sangue? Si può parlare di famiglia come “scelta”? 
Finalmente: quando una comunità di persone si può davvero chiamare famiglia?
Il messaggio del film sembra spiazzante. L’attenzione vibrante di calore che i genitori adottivi hanno nei confronti dei “figli” abbandonati dai loro genitori biologici, potrebbe farci scuola. Viene dunque raccontata una famiglia che famiglia non sarebbe, ma dove il quotidiano, vissuto giorno do-po giorno, crea fra i membri un legame che supera tutto. Accettiamo la sfida di “creare famiglia” là dove viviamo e operiamo? Famiglia-scuola; famiglia-oratorio; famiglia-parrocchia?
Il film è stato meritatamente premiato al festival di Cannes 2018 con la Palma d’Oro.

(di Caterina Cangià, rivista SE VUOI)