La cosa poetica

di Antonia Chiara Scardicchio pedagogista, Università di Foggia

 

La “cosa poetica” è il titolo di un libro di Ennio Cavalli nel quale l’autore prova a cercare di definire cosa rende poetico un testo.
Proviamo a fare lo stesso suo esercizio spirituale e a chiedercelo anche noi, provando a stare dentro questa particolare domanda: cos’è la poesia?
Un mio amico assai illuminato, Andrea Mori, un giorno a questa domanda – che lui, in quanto illuminato, si era fatto da solo – si rispose così: la poesia è andare a capo.
La sua risposta spiazza e sembra togliere valore e incanto: e invece no. “Andare a capo”: dice del ritmo, del movimento che rompe la linea retta e scompone l’ordine che ci si aspetta.
Un altro amico mio caro, anche lui Andrea, a questa stessa domanda che lui fa a se stesso continuamente, si dice sempre che “la poesia è scegliere le parole”. Poetando ti fermi e scegli, scegli con cura attentissima e consacrazione, il posto di una parola, e proprio quella e non un’altra.
Perché interrogarci intorno alla poesia può esserci assai utile come esercizio spirituale di ricerca? Perché la poesia non è una tecnica o un artificio: la “cosa poetica” è una postura interiore, è un modo di stare nella vita, tra la vita, nel quale esplori e scegli.
La postura poetica è postura creativa: ma non nel senso che devi saper disegnare o cantare o necessariamente avere un talento simil-musicale. La creatività è movimento interiore, e lo riconosci da una caratteristica particolare: l’apertura agli “a capo”, la cura della forma che non è ossessione ma dedizione.

La cura della forma per una persona creativa non è questione che inerisce la fissità o la fissazione per i dettagli: non è creativo chi non riesce a celebrare messa se qualcosa manca o è fuori posto. La questione va proprio in forma capovolta: è creativo chi… celebra sempre. Chi sta nel mondo, e nella propria anima, col posizionamento della contemplazione: chi ha sguardo poetico e forma creativa è creatura creante, non schiacciata dall’imperfezione ma da questa spinta per co-generare quello che prima non c’era. La creatività, sì, è postura poetica: ma non disincarnazione, anzi. È il suo esatto capovolgimento: creativo è lo sguardo di chi guarda ma non si accontenta del pre-compreso, del compreso e visto una volta per tutte. Creativo è lo sguardo di chi guarda e ri-guarda, ri-scatta l’immagine con cui dà forma e riceve forma dalle cose del mondo, quelle visibili e quelle invisibili. Creativo è lo sguardo che si interroga, si interroga sempre perché è in continua esplorazione e ricerca: lo fa con le cose della vita, in particolare con quelle che non capisce e che però non si arrende di contemplare/celebrare, e lo fa con le persone.
Creativo è lo sguardo di chi tesse infinitamente grande e infinitamente piccolo: chi dà uguale peso alla cena col vescovo e alla merenda con un bambino. Anzi, forse – con rispetto immutato per il vescovo – lo sguardo creativo si accende, e contemplando s’ammutolisce, più con la merenda o con la chiacchiera con lo sconosciuto: perché lì incontra un Dio che va a capo e ribalta e mescola… e scegli gli interstizi per manifestare la sua grandezza.
Oh, sì, Nostro Signore ha forma poetica.
Anzi: è poesia, creazione, creatività creante e coinvolgente, spinta creativa che feconda e fecondando ci rende come Lui.
Un poeta – uno vero, non uno che dice di esserlo – lo riconosci da questa particolare somiglianza: non giudica, ama. “E ama davvero, senza nessuna certezza. Che commozione. Che tenerezza”.
Così cantava Lucio, il poeta. E la nostra risposta?
Cosa è per noi poesia, cosa poetica?
La risposta a questa domanda così apparentemente fatua è invece sostanza: dice, per esempio, come stiamo davanti a Dio, e davanti a noi stessi. Anzi, no, no, dico meglio: la risposta a questa domanda così apparentemente fatua dice come stiamo dentro a Dio, e dentro a noi stessi.
Perché, sì, la poesia è stare non da spettatori: è incarnazione, forma sacra della celebrazione che è preghiera che coincide con l’uscire dall’illusione della separazione.  Stare innervati, innestati, tutt’uno mescolati: così pregare non è sciorinare parole e assolvere compiti, vivere non è sciorinare parole e assolvere compiti, amare non è sciorinare parole e assolvere compiti.
Lo stato creativo – creato, creante – è la forma coraggiosa del contemplativo che erroneamente qualcuno intende come creatura statica e immobile e che invece è chi sta, tutto mosso e movente, sempre a capo: sempre sconvolgente, sempre sconvolto dall’incontro con Dio in tutte le cose, in tutte le persone.
Che sia per noi questa vita, questa infinita sua contemplazione e ricerca, poetica cosa: allora qualsiasi cosa accadrà, avremo sempre infinita la possibilità di scegliere. E di andare a capo.

(da SE VUOI 5/2020)