Le relazioni digitali

 

 

L’ambiente in cui viviamo, anche se non ci determina al punto da azzerare la nostra libertà, certamente segna profondamente il nostro modo di essere e di comunicare.

“Cosa fai sempre con il telefono in mano?”

È una domanda che genitori o educatori hanno fatto più di una volta nella vita… e che dall’altra parte, non senza una certa dose di insofferenza, i giovani si devono sorbire. Il cellulare – tanto criticato in mano ai giovani – è diventato ormai parte della vita di ciascuno, perché anche gli adulti come si siedono, che sia per una riunione o per una lezione, quasi sempre lo mettono sul tavolo o sulla scrivania… Al di là di questo, cosa c’è dietro? Il “telefonino” non è solo un “dispositivo”, ma è la punta di un iceberg che si chiama rivoluzione digitale. Con questa espressione si intende sottolineare due aspetti della società contemporanea: da un lato il fatto che sia in atto una vera e propria rivoluzione, ovvero un cambiamento radicale di paradigma che tocca tutti i settori della vita comune, dal tempo libero al modo di produrre beni, alla trasmissione della cultura, al lavoro…, dall’altro che questa rivoluzione è stata resa possibile dallo sviluppo rapido e pervasivo delle tecnologie legate al digitale.
Il concetto di fondo che sta alla base della digitalizzazione del mondo è il fatto che, grazie alle nuove macchine, i computer, è possibile tradurre e gestire tutti gli aspetti della realtà attraverso i numeri. Digitale deriva infatti da digita che significa il “dito” con cui anticamente si contava. Per i più pessimisti, come il filosofo Umberto Galimberti, questo processo è irreversibile e segna la marginalizzazione dell’umano rispetto allo strapotere della macchina. In alternativa mi sembra più ricca di speranza e profonda la lettura proposta dallo scrittore e saggista Alessandro Baricco nel suo The game (2018). A suo giudizio infatti non è stata la tecnologia a invaderci, ma una nuova mentalità che, per così dire, si è procurata la tecnologia corrispondente. La tecnologia digitale ha risposto ad un’esigenza implicita che si è manifestata a partire dalla fine degli anni ‘70, prima negli Stati Uniti e poi in tutto il pianeta. Stiamo parlando dell’esigenza di avere un mondo senza confini, come è la filosofia che percorre il web, come risposta ai conflitti e alla loro esasperazione nel corso del ‘900. Confini territoriali, razziali, religiosi, economici, sociali, culturali sono stati all’origine del secolo forse più sanguinoso e cruento della storia dell’umanità. Per tutta risposta soprattutto il mondo giovanile ha cercato una modalità comunicativa ed esistenziale che eliminasse i confini. Ecco la scoperta del nuovo mondo digitale in cui in un istante si può essere collegati con il mondo intero.

Collegare le storie

Uno degli aspetti, tra i tanti che più ci possono interessare, è il successo che nel mondo web hanno le storie. Sia Facebook sia Instagram hanno aperto delle finestre apposite, perché la storia propria e altrui è avvertita da tutti come un’esigenza primaria. Queste sottolineature sembrano suggerirci che le storie non le fanno prima di tutto i libri, ma le persone come affermava già san Paolo: «Voi siete una lettera di Cristo scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma su tavole di cuori umani» (2Cor 3,3). Ma cosa c’entra questo con postare sul telefonino la pizza che sto mangiando o un paesaggio o le strade della mia città? C’entra perché la ridondanza di questi messaggi sembra dirci che per essi non c’è posto o non c’è posto sufficiente in quei luoghi in cui ci si prende cura dei giovani, in primis la scuola o, dove lo è ancora, la parrocchia o l’oratorio. In che misura la formazione umana, culturale e cristiana è capace di intercettare la vita vera dei giovani, non solo quella sognata o auspicata, ma quella presente, fatta di dialoghi mancati, di genitori spesso assenti, di amori passeggeri o importanti, di pizze e di scooter?
Ben vengano allora le storie, perché se è vero che del singolo individuo non si può dare scienza ma solo racconto, è quella la strada per recuperare quella che due famosi psicologi francesi, Miguel Benasayang e Gérard Schmit hanno descritto in un libro di qualche anno fa, L’epoca delle passioni tristi (2005), come la pedagogia del legame.
Certamente nel web, come nel mondo reale, c’è il rischio di perdersi. In entrambi il pericolo da evitare è l’assenza dei legami. Ma i legami si creano attraverso le storie, perché senza conoscere l’altro, a partire dai suoi gusti calcistici o musicali, non posso pensare di entrare in relazione con lui. Soprattutto non posso pensare di entrare in contatto con i suoi vissuti emotivi, che sono ciò che struttura realmente la nostra persona. Stiamo parlando dei desideri, delle paure, dei successi come dei fallimenti, della ricerca del senso che non a caso è legata per molti di loro ai video musicali dei rapper contemporanei.
Da ultimo, è solo attraverso questa strada che possiamo sperare di ottenere quella efficace fusione di orizzonti con il mondo della Bibbia, in cui nei suoi passaggi decisivi non troviamo altro che narrazioni e storie di uomini e donne che raccontano in che modo Lo hanno conosciuto.

(Marco Tibaldi, rivista SE VUOI 3/2020)