Nella mia PAGINA BIANCA
tra le parole DISTANZA e VICINANZA c’è la FRATERNITÀ

 

 

In un tempo dove tutte le distanze sono state cancellate, ciò che viene maggiormente consigliato e vivamente raccomandato oggi è di “mantenere le distanze di sicurezza”.
Vorrei partire da questo messaggio, da quella che a mio parere è una contraddizione non sempre percepita, per entrare in punta di piedi nel tempo che stiamo vivendo, come singoli e come comunità e cogliere in esso qualche provocazione. Provare così quel difficile esercizio di decentramento, che permette al pensiero umano di lasciare un suo spazio di comfort per sperimentarsi e riconoscersi in uno sguardo e un punto di vista differenti, magari mai padroneggiati. Il decentramento è la possibilità di riconoscere se stessi in un altrove capace di ospitarci.
Continuamente sollecitati a mantenere le distanze di sicurezza, ci siamo trovati, senza volerlo, a verificare e sentire sulla nostra pelle, l’astinenza da contatto umano. La paura e il timore di essere troppo isolati ha prodotto una sorta di frenesia e di ansia creativa, che ha riempito il tempo dell’inattività, ingozzandolo di ritmi frenetici, di attività, passioni e interessi che nemmeno sapevamo di avere.
Siamo stati capaci di inventare di tutto pur di gridare che eravamo ancora presenti e che avevamo voglia di sentire la presenza degli altri. La distanza ci metteva, e ci mette ancora oggi, tutti in sicurezza eppure il timore della lontananza ci spaventa per l’aridità e il disorientamento che provoca. Conciliare e coniugare in un equilibrio sapiente la distanza e la vicinanza, è una vera e propria sfida da equilibristi, abituati come siamo ad agire per esclusione ci è sembrata un’impresa impossibile quella di cogliere il valore e la forza di una vocale: la “e”. La sfumatura linguistica che emerge nell’utilizzo di una semplice “e” al posto di una “o”, è essenziale; infatti il cambio d’orizzonte e lo stile di relazione che ne derivano è fondamentalmente opposto, posso affermare: “distanza o vicinanza”, oppure scegliere di pronunciare “distanza e vicinanza”. Un contrapporsi di vocali che indicano una postura relazionale radicalmente differente.

Le PAROLE oggi sono essenziali, beni preziosi, merce rara di buon senso. Esse ci permettono non solo di comunicare, di esprimere bisogni e formulare richieste, ma sono suoni codificati nel tempo che intrecciano relazioni, colorano e disegnano desideri, trasmettono saperi. In ultima analisi le parole danno la possibilità di tessere relazioni o infiammare contrasti e divisioni. “Viviamo nei grandi sprechi, che generazioni future pagheranno, ma più che allo spreco delle risorse energetiche e dell’acqua, difficile è rimediare a quello della parola”. Per non contribuire a questo spreco ecco allora che la distanza può diventare sinonimo di rispetto, attenzione, cura; distanza potrebbe essere anche la ricerca di una “giusta sintonizzazione” che sa mettere insieme vicinanza, ricerca di contatto, mantenimento di una relazione, nel rispetto profondo del bene dell’altro. A questo punto anche la parola vicinanza non può che rivendicare una sua nuova coniugazione, manifestando una gamma di sfumature di significati che aprono orizzonti e rimodulano il modo in cui percepiamo noi stessi: nel cuore dell’altro. “La crescente distanza dagli altri è stata stimolo a parlare di più, nella speranza di raggiungerli; volevamo costruire un ponte, ma abbiamo costruito parole più inflazionate” , in fin dei conti possiamo verificare che probabilmente con l’intento di raggiungere altri, ci siamo semplicemente parlati addosso, così le parole usate, i linguaggi prodotti e le narrazioni messe a disposizione, hanno nutrito l’individualismo, alterato i rapporti, intossicato le speranze, nutrito la rivendicazione delle esigenze personali elevandoli a diritti. Così il rischio è di disperdere un’opportunità. Il bisogno che abbiamo sentito anche fisico della presenza dell’altro, ha dato voce alla parte più profonda e ancestrale di noi stessi, ci ha ricordato dove poggiano e affondano le radici dell’umano, dove si nutre e si definisce quel desiderio d’identità: nel volto dell’altro.
C’è però un ulteriore passaggio da compiere. È una provocazione, ossia una voce che obbliga lo sguardo verso un altrove, forse può essere percepita come una forzatura, un gesto innaturale che infrange e spezza un’abitudine, ma nell’oggi che viviamo il cambio è necessario per poter nutrire il futuro di possibilità; la provocazione è smettere di utilizzare la parola “altro” e sostituirla con “fratello”. La radice della parola fratello sembra sia legata all’idea di sostentamento e nutrizione, per questo colei o colui che ci è di fronte ci permette vita e generatività, e ci rende “vita” in costante divenire.
L’individualismo ci ha ormai abituati e convinti che sono i nostri bisogni personali il centro del mondo, che una volta garantiti è automaticamente salvaguardata la libertà e l’uguaglianza, il benessere e la civiltà. In realtà l’individualismo si è sempre nutrito della distanza dall’altro, dell’indipendenza dagli altri, della “morte del prossimo” come ci ricorda Luigi Zoja, così oggi il rischio è che se la mancanza dell’altro ci mette in crisi, e l’isolamento e la distanza forzata ci sembrano insopportabili, è solo perché ci manca un oggetto che soddisfa i nostri bisogni. No, la vera parola da scrivere oggi in modo chiaro è la parola fraternità.

(Amedeo Angelozzi, rivista SE VUOI 6/2020)