p. Clemente Vismara: il “tocco in più” di una vita

di Gerolamo Fazzini, direttore di Mondo e Mission

Qualcuno sa spiegarmi come mai dei giovani, ancora oggi, si appassionano leggendo i testi di padre Clemente Vismara, beatificato nel giugno del 2011, oppure ascoltando la testimonianza di chi lo ha conosciuto?

La risposta va cercata nella vita e nel messaggio di questo missionario lombardo, che ha speso 65 anni di vita in Birmania (l’attuale Myanmar), accogliendo in casa sua, a gruppi di 200 per volta, la bellezza di 12mila tra orfani e ragazzi abbandonati dai genitori. A ognuno di essi, padre Vismara ha dato affetto, il calore di una comunità-famiglia, la voglia e la possibilità di riscattarsi da un destino crudele, studiando e imparando un lavoro.

Tanti altri missionari, ieri come oggi, hanno condotto iniziative simili: ma il “tocco in più” di Vismara è un mix di grande umanità, inguaribile entusiasmo (ancorato a una profonda fede) e una straordinaria capacità di comunicare e coinvolgere.

Se padre Vismara è beato, penso sia perché lui, che non è morto martire, né ha fondato ordini religiosi o creato istituzioni celebri, ha vissuto in maniera straordinaria l’ordinario, mostrando nel concreto del quotidiano che la vita è bella nella misura in cui risponde all’amore di Dio e si mette in gioco. Senza riserve. Padre Clemente ha saputo trasformare la sua vita in un’avventura o, se preferite, in un’opera d’arte: qualcosa di bello e che “parla” ancora oggi. Lo ha fatto testimoniando, con tanti piccoli gesti, la bellezza della vocazione («ho vinto un terno al lotto diventando missionario» scrive) e, insieme, educando alla vita e alla fede intere generazioni di ragazzi apparentemente “persi” (orfani, figli di oppiomani, alcuni venduti dai genitori) ai quali aveva letteralmente restituito un futuro.

Di lui, a distanza di anni, è questo il ricordo che rimane presso quanti lo hanno conosciuto: un prete contento di essere missionario, felice della sua vocazione e contento della possibilità, come amava ripetere, di “rendere felici gli infelici”, spendendosi per i più poveri, soli e abbandonati. «Oggi compio il 36° del mio sacerdozio – scrive nel 1959 – . Non mi pare di aver sbagliato… carriera. Un qualcosa di bene mi pare di averlo fatto. Se non altro ho asciugato le lacrime a qualche vedova, ho dato i calzoncini a qualche orfanello, ecc. Se il Signore voleva un qualche cosa di più, doveva scegliere uno più bravo di me. Però intanto mi trovo contento di essere quel che sono».

Nell’arco della sua intensa vita missionaria, p. Vismara è tornato in patria una volta sola, all’età di 60 anni, nel 1957; eppure riuscì a contagiare del “fuoco” che aveva addosso alcuni giovani di Agrate Brianza. Saranno loro, alla sua morte a farsi promotori della causa di beatificazione, riuscendo ben presto ad ottenere l’appoggio convinto del cardinale Martini. Com’è potuto accadere? Di certo un ruolo fondamentale hanno avuto gli scritti di Vismara, le tantissime lettere inviate a parenti e amici e gli articoli che ha scritto per le riviste missionarie, del Pime e non solo. In esse affiora la grande umanità di Vismara, non disgiunta da una sapiente ironia, e l’affetto per i suoi ragazzi. «L’anno venturo –scrive nel 1959 – vorrei costruire l’orfanotrofio con i miei ragazzi. Veramente sarebbe bene costruire prima la chiesa, ma penso che il Signore vive in Paradiso, mentre i miei ragazzi vivono in terra e dormono sul pavimento pigiati come sardine. È più umano pensare prima a loro, tanto più che la chiesa, pur vecchia di 40 anni e in legno, c’è già».

Ma sentite cosa scrive il giorno del suo 80° compleanno: «Tra vittorie e sconfitte, mi trovo sul campo da 55 anni e sempre battagliero. La vita è fatta per esplodere, per andare più lontano. Se essa rimane costretta entro i suoi limiti non può fiorire, se la conserviamo solo per noi stessi la si soffoca. La vita è radiosa dal momento in cui si comincia a donarla. Vivere solo la propria vita è asfissiante. diventerà per loro un vero e proprio motto e stile di vita». Domanda: dove lo trovate uno che a quell’età manifesta una gioia esplosiva e un entusiasmo così coinvolgente?

Padre Vismara una cosa aveva ben chiara: la ragione per cui spendere la vita. Lo spiega in una lettera dei primi anni di missione, ma possiamo considerarla una sorta di testamento spirituale: «Per chi volete ch’io m’affatichi? Per far denari? Se volete far fallimento, a tempo di primato, fate il missionario. È un mestiere magrissimo; con questa crisi poi! In casa mia non ci vengono neppure i ladri, benché la casa sia sempre spalancata e se la chiudo di notte è solo per non far entrare topi e bisce. Per chi volete ch’io m’affatichi? Per l’onore?Avete voi forse mai visto Monglin, almeno in cartolina? Per i miei comodi? Peggio che andar di notte! Conclusione: per chi volete ch’io lavori, se non per Dio?».

(articolo completo in SE VUOI 1/2012)