DON GIUSEPPE DIANA –  Seminare giustizia

di Valerio Taglione – Presidente Comitato don Peppe Diana

 

Sventolano alti i fazzoletti colorati degli Scout alla fine della celebrazione Eucaristica in un gesto carico di sentimenti e di fortissima emozione. È l’ultimo saluto a don Giuseppe Diana, il giovane parroco ucciso dalla camorra all’età di 36 anni, il giorno del suo onomastico (il 19 marzo) del 1994, mentre si apprestava a celebrare la Santa Messa nella chiesa di San Nicola di Bari a Casal di Principe. Quella barbara uccisione, avvenuta nel pieno della Quaresima, anticipò, per la Chiesa di Aversa, i giorni della passione di Cristo, con tutti i riti e la sua simbologia. a somiglianza dell’antico Popolo d’Israele che camminò per quarant’anni nel deserto per essere pronto ad entrare nella Terra Promessa, il Popolo di Dio di queste terre si preparò a celebrare la Pasqua del Signore, ma non riuscì a mettere a frutto “la terra di Cana”.

Fu una morte violenta che ci interrogò nel profondo, che pose domande di senso e soprattutto ci interpellò sul futuro che volevamo costruire. Quasi un presagio, una profezia, potremmo dire oggi, rileggendo gli scritti tratti dal profilo vocazionale di don Peppe del 19 marzo del 1981: «”Se il seme di frumento non finisce sotto terra e non muore non porta frutto, se muore invece porta molto frutto” (gv 12,24). Nella mia vita di fede mi sforzo di incontrare Dio, di renderlo a me attuale. In me è costante la ricerca del Tu, che spesso sfioro ma il più delle volte mi attanaglia. … Quel Tu dal quale ti lasci afferrare, nel senso del quale trovi pace e quiete, trovi la risposta alla tua domanda, alla tua esistenza, al tuo anelito di vita. In questa dimensione assumono per me un senso particolare la preghiera come un lodare e vivere con il Vivente; i sacramenti come segni che comunicano il suo amore a me che devo trasmetterlo; …l’altro, il fratello come la persona nella quale amare Dio e l’umanità… È così che motivo le mie scelte pastorali, il mio operare per il regno, il mio mettere da parte gli interessi personali».

Era gioviale don Peppe, generoso, allegro, diretto e allo stesso tempo semplice e franco: le cose non le mandava a dire, ma le sparava dritte in faccia senza tanti fronzoli, salvo poi fermarsi per far riflettere, discernere. E questo piaceva molto ai ragazzi che affollavano la sua parrocchia, evitando così di riempire le fila già robuste di una camorra spietata. Aveva studiato prima al seminario di Aversa e poi a quello di Posillipo, alla facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, dove avvertiva il soffio di nuove correnti teologiche, come quella della liberazione. Nelle omelie era immediato ed efficace, si lasciava ascoltare con facilità, e soprattutto si leggeva la gioia nel suo volto mentre animava le serate con i confratelli, cercando la coralità dell’azione pastorale.

È ancora marzo del 1982, quando il giorno 14 viene ordinato sacerdote nella chiesa parrocchiale del SS. Salvatore in Casal di Principe da S. E. Mons. Giovanni Gazza, vescovo di Aversa; da qui inizierà la sua azione sacerdotale a favore dei più deboli. Un sacerdozio non sacrale, non clericale, non astratto ma incarnato nella realtà, capace di entrare in relazione con il popolo di Dio, con le sue attese e le sue urgenze che lo porta a diventare Assistente Nazionale del Settore Foulard Blanc e guida degli Scout. Don Peppe non era un eroe né avrebbe voluto diventarlo; non era un temerario né sprovveduto, ma era un prete e basta, consapevole del suo essere sacerdote in una terra difficile e complicata, ma che amava tanto.

A Natale del ‘91, insieme ai confratelli delle altre parrocchie del territorio, viene pubblicato il documento “Per amore del mio popolo” che rappresenta il testamento e l’eredità del giovane sacerdote e susciterà da subito un gran clamore e soprattutto una forte riflessione nella stessa Chiesa di Aversa e nella società civile:

SIAMO PREOCCUPATI – Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra. Come battezzati in Cristo, come pastori della forania di Casal di Principe ci sentiamo investiti in pieno della nostra responsabilità di essere “segno di contraddizione”. Coscienti che come Chiesa “dobbiamo educare con la parola e la testimonianza di vita alla prima beatitudine del Vangelo che è la povertà, come distacco dalla ricerca del superfluo, da ogni ambiguo compromesso o ingiusto privilegio, come servizio sino al dono di sé, come esperienza generosamente vissuta di solidarietà”…

PRECISE RESPONSABILITA’ POLITICHE – È oramai chiaro che il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli. La Camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche è caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi. La Camorra rappresenta uno stato deviante parallelo rispetto a quello ufficiale, privo però di burocrazia e d’intermediari che sono la piaga dello stato legale. L’inefficienza delle politiche occupazionali, della sanità, ecc., non possono che creare sfiducia negli abitanti dei nostri paesi; un preoccupato senso di rischio che si va facendo più forte ogni giorno che passa, l’inadeguata tutela dei legittimi interessi e diritti dei liberi cittadini, le carenze anche della nostra azione pastorale ci devono convincere che l’Azione di tutta la Chiesa deve farsi più tagliente e meno neutrale per permettere alle parrocchie di riscoprire quegli spazi per una “ministerialità” di liberazione, di promozione umana e di servizio…

È sempre il 19 marzo quando don Diana viene ucciso da 4 colpi di pistola sparati a bruciapelo. Quella morte e quel sacrificio, però, non sono stati vani, ma cominciano a dare frutti. L’economia sociale, la forza dei collettivi, l’inclusione delle fragilità, la restituzione del lavoro e della vita, la memoria delle vittime innocenti, i terreni confiscati messi a coltura, le case restituite alla collettività, i cantieri della legalità e le iniziative culturali e sociali sono in continua crescita e benché siamo ancora nel tempo di Quaresima, tempo privilegiato per intensificare il percorso della propria conversione, questa volta, grazie a quel sacrificio, la risurrezione è più vicina, è possibile …È la Terra Promessa a portata di mano.

(da SE VUOI 3/2018)