Umanamente uguali

di don Armando Matteo docente di teologia fondamentale, Università Urbaniana

Sono tante ancora le domande che attendono una risposta a proposito della pandemia da Covid-19 che all’improvviso ha attaccato la nostra società. Come è venuto alla luce un tale virus? Come ha fatto a propagarsi così rapidamente? Cosa non ha funzionato nei sistemi sanitari nazionali di tanti Paesi, trovatisi quasi nudi e crudi di fronte all’irrompere dell’emergenza, Paesi che pur sapevano della possibilità di simili evenienze? Quando sarà trovato un vaccino? Quando potremo dire di aver finalmente fatto i conti con tutto ciò? E qui non menziono affatto le gravi conseguenze economiche che il lockdown ha portato con sé.
A questo punto della nostra storia con il Covid-19, forse possiamo solo iniziare a fare i conti con noi stessi, a ragionare sui modi con cui abbiamo affrontato e stiamo affrontando il terribile ospite, e a interrogarci su che cosa quest’imprevisto ha detto di noi e ha detto a noi.
La prima considerazione in tale direzione è certamente quella legata alla fragilità della condizio-ne umana. Già molti filosofi nel passato hanno evidenziato questa paradossale realtà: siamo in grado di progettare e realizzare imprese straordinarie, eppure basta un piccolissimo virus per metterci ko. Mi viene in mente l’immagine di Pascal dell’uomo come canna al vento o quanto afferma Kant a proposito della grandezza della mente umana, la quale può addirittura prevedere il passaggio di una cometa con precisione stupefacente, ma deve pur sempre fare i conti con la possibilità che un piccolo sassolino la sfiori provocando un trauma letale.
Siamo esseri, dunque, capaci, potenti, ingegnosi, eppure restiamo segnati da una fragilità originaria, che in questa situazione abbiamo sperimentato più che in altri casi. Penso soprattutto a quella litania serale, almeno in Italia, durante il periodo di sospensione delle attività, dei numeri dei nuovi contagi, dei decessi, dei ricoveri e di coloro che  faticosamente guarivano dal Covid-19.

Una seconda considerazione, in questo momento, parte da una pertinente espressione di papa Francesco: “Siamo tutti nella stessa barca”.  Certo, nel corso dei secoli, l’umanità ha profondamente differenziato la propria presenza sul pianeta. Pensiamo alle lingue, alle culture, alle religioni, agli stili di vita,  agli stati sociali, alle organizzazioni politiche e  altro ancora. Eppure, mai come ora, sentiamo quanto sia vero quel detto secondo il quale o ci si salva insieme oppure insieme periamo. Questo virus ha mostrato quanto labili e per certi aspetti immaginari siano i confini che utilizziamo per definire noi stessi e gli altri. Siamo allora esseri capaci di dare vita a una grande molteplicità di presenze differenti sul pianeta, ma restiamo sempre una ed unica umanità.
Mi lascio aiutare ancora da papa Francesco per una terza considerazione. È a tutti nota la sua profonda preoccupazione per le questioni ecologiche. Lo muove in ciò la certezza, espressa in modo mirabile nell’enciclica Laudato si’, che tutto è connesso. Va da sé che sarebbe da miopi non riconoscere la differenza dell’umano in questo ecosistema. Grazie alle nostre mani e alla nostra capacità di sviluppare pensieri e progetti, abbiamo compiuto un’evoluzione per la quale non abbiamo paragoni nelle altre specie.
Restiamo, però, esseri di terra e della terra, come indica la parola “umano”, che deriva dal latino humus, “terra”. Molti di noi, grazie anche al movimento verde di Greta Thunberg, hanno già interiorizzato un grande rispetto nei confronti del pianeta che ci ospita e ci permette di sviluppare al massimo le potenzialità di cui siamo portatori. E molti di noi hanno pure capito che solo uno sviluppo insieme alla madre terra e non contro o sfruttando la madre terra apre un futuro buono.
Ma su questo terreno vi è ancora tanto da fare, come dimostra il fatto che per tanti Paesi superare la pandemia da Covid-19 significa semplicemente ritornare allo stile di sfruttamento economico di prima: sfruttamento del pianeta e dell’uomo stesso.
Un ultimo pensiero, allora. Nello specchio che questa pandemia costituisce per la nostra umanità non emerge un disegno dal tracciato netto. Piuttosto, ne vediamo uno dalle linee aperte: possiamo, appunto, semplicemente “ripartire” senza cambiare nulla oppure “ricominciare” con una nuova consapevolezza dell’originaria fragilità e potenza della nostra umanità, della relazione profonda che ci lega agli altri e del destino comune che tiene insieme noi e la terra.
Non lasciamo cadere invano questa possibilità  di un nuovo inizio per tutti. Tutti più consapevoli. Tutti più umani.

(da SE VUOI 5/2020)