–  MOBY DICK  – 

romanzo di Herman Melville

«Alla dritta di ogni pena c’è una gioia sicura»

 

Caro lettore, oggi sono esigente. Ti chiedo di imbarcarti su una nave speciale e un po’ maledetta e di prendere l’oceano. La nave è una baleniera, il Pequod. Ci sarai già arrivato immagino: Moby Dick! Un libro esigente per mole e per le enormi digressioni marittime che ti propone. Eppure credo valga la pena stancare un po’ gli occhi su quelle righe.
All’imbarco ti attende Ismaele. I rimandi biblici di questo testo sono miriadi e il nome stesso del personaggio che ci narra la vicenda della balena bianca e della sua caccia allude all’Ismaele figlio scacciato di Abramo e Agar. È l’esiliato per antonomasia, colui che avverte il bisogno di non avere una patria sola. Un po’ come tanti di voi, di noi oggi di fronte a questa affaticata Europa. Grazie ai progetti Erasmus e alla Ryan Air l’abbiamo girata tutta amandola e sentendo che una sola patria non ci basta. Ismaele è un po’ dentro di noi, ti somiglia. Ha qualcosa da dirti perché non è un ragazzo che sopporta la noia, la pigrizia. Non vuole soccombere alla proposta di una vita comoda e accetta la sfida dell’oceano. Questi è immagine ambivalente: avere una vita avventurosa ma che ha la sua controparte di rischio. Ismaele, il ramingo, sa che deve muoversi e darsi da fare. E oggi questa intraprendenza è richiesta tantissimo a voi, anche per le nostre negligenze di adulti sia chiaro. Tanti tra i tuoi amici lasciano la Chiesa. Del resto proprio perché in essa vi vedono tutto eccetto la possibilità di accedere a una avventura entusiasmante!

«Chiamatemi Ismaele», così inizia il celebre incipit dell’opera dell’americano Herman Melville (1851) che, con poco denaro ma tanto desiderio, decise di rischiare per coinvolgersi in una delle storie più narrate:

Chiamatemi Ismaele. Qualche anno fa – non importa sapere con precisione quanti – avendo in tasca poco o punto denaro e, a terra, nulla di particolare che mi interessasse pensai di andarmene un po’ per mare, a vedere la parte del mondo ricoperta dalle acque. È uno dei miei sistemi per cacciare la tristezza e regolare la circolazione del sangue. Ogniqualvolta mi accorgo che la ruga attorno alla mia bocca si fa più profonda; ogniqualvolta c’è un umido tedioso di novembre nella mia anima; ogniqualvolta mi sorprendo fermo, senza volerlo, davanti a depositi di bare o in cammino dietro a tutti i funerali che incontro; e, specialmente, ogniqualvolta l’insofferenza mi possiede a tal punto che devo far appello a un saldo principio morale per trattenermi dal discendere in strada, e buttar giù metodicamente il cappello in testa ai passanti, giudico allora che sia venuto il momento di prendere il mare al più presto possibile. Questo è il mio modo di sostituire pistola e pallottola. Con un fiorito filosofare Catone si gettò sulla spada; io, con calma, mi imbarco. In ciò non vi è nulla di sorprendente. Quasi tutti gli uomini, anche se non lo sanno, una volta o l’altra, ciascuno secondo la propria natura, provano sentimenti pressoché simili ai miei nei confronti dell’oceano. 

E tu? Provi sentimenti simili? L’Ismaele biblico è un sopravvissuto alla morte e anche il narratore del nostro libro lo è: sopravvive alla tentazione di non partire, ma sopratutto sopravvive al naufragio verso cui il Pequod è destinato. E non può essere altrimenti. Il capitano della baleniera è il leggendario capitano Achab che coinvolgerà il suo equipaggio in una caccia spietata. Sopravvissuto anche lui – forse che Melville voglia suggerirci che in fondo sopravvissuti lo siamo un po’ tutti? – ad un precedente attacco del capodoglio albino, ne è afferrato fino alla ossessione.
I critici in questo secolo e mezzo si sono altrettanto affaticati nel tentare di indagare questa ossessione. Ma la grandezza di Achab sta proprio nel resistere alle interpretazioni e lasciare aperta la sua vicenda. Egli davvero può essere immagine di tante realtà che noi possiamo vivere e sicuramente coinvolge anche te. Achab è colui che desidera conoscere, che non si accontenta del “si dice”, del “pare che”, ma vuole fare esperienza diretta. Come Ismaele non si accontenta e rischia fino in fondo, perché per lui la vita è molto più profonda di come ce la vogliono fare credere. Profonda come gli abissi in cui sparisce Moby Dick che infatti comparirà solo alla fine del racconto. Prima è solo evocata. È una presenza-assenza. Vi ricorda Qualcuno? 

Moby Dick è il mistero della vita, di Dio se vi pare. Quel mistero enorme che non possiamo conoscere, che ci ferisce sì, ma non possiamo catturare. Un mistero tremendo che non lascia riposare i cuori migliori: quelli che hanno audacia di conoscere e arrischiare. Non si può avvicinarsi a Dio senza il rischio di imbarcarsi per il vasto oceano. Ma la fine della ricerca di Achab sarà il naufragio. Forse che c’è qualcosa di più grande ancora del sapere tutto e sapendo tutto possedere un potere immenso? Perché Achab naufraga dietro al suo grande sogno/incubo? Che ci sia qualcos’altro da inseguire fino allo stremo… Potrebbe trattarsi dell’amore? Tu che diresti?

Forse potremmo spendere un’altra parola su qualcosa che questa storia di mare può dirci. I giovani sembrano alzarsi in piedi per rivendicare il diritto al futuro che si declina col prendersi cura della nostra casa comune: la terra. Per noi credenti è l’opera di Dio perché tutte le creature raggiungano la felicità propria. E allora Achab può essere immagine di quell’uomo insaziabile e avido che tormenta il pianeta con la sua bramosia di potere e di possesso. Estinzioni continue, riscaldamento globale, diseguale distribuzione delle risorse etc… sono le conseguenze di una irresponsabile corsa al profitto. Così Papa Francesco ci invita ad aprire gli occhi con le parole della sua enciclica Laudato si’(n. 2):

Questa sorella protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei. Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi proprietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla. La violenza che c’è nel cuore umano ferito dal peccato si manifesta anche nei sintomi di malattia che avvertiamo nel suolo, nell’acqua, nell’aria e negli esseri viventi. Per questo, fra i poveri più abbandonati e maltrattati, c’è la nostra oppressa e devastata terra, che «geme e soffre le doglie del parto» (Rm 8,22). Dimentichiamo che noi stessi siamo terra (cfr Gen 2,7). Il nostro stesso corpo è costituito dagli elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà il respiro e la sua acqua ci vivifica e ristora.
L’acqua in cui trova salvezza la grande balena. Riuscirà il pianeta-Moby Dick a scamparla?

(Testo di Domenico Cambareri, rivista SE VUOI 4/2019)