Il Signore degli anelli

In questo spazio de “un libro al Centro” ti proponiamo alcune tra le migliori letture, libri di quelli che vanno letti almeno una volta nella vita!

Iniziamo il nostro percorso con un vero tesoro: Il Signore degli anelli, di J. R. R. Tolkien.

Ambientato alla fine della Terza Era dell’immaginaria Terra di Mezzo, scritto a più riprese tra il 1937 e il 1949, fu pubblicato in tre volumi tra il 1954 e il 1955, tradotto in trentotto lingue, con decine di riedizioni ciascuna, resta una delle più popolari opere letterarie del XX secolo.

“Né la forza né la saggezza ci condurrebbe lontano; questo è un cammino che i deboli possono intraprendere con la medesima speranza dei forti. Eppure tale è il corso degli eventi che muovono le ruote del mondo, che sono spesso le piccole mani ad agire per necessità, mentre gli occhi dei grandi sono rivolti altrove… È giunta l’ora del popolo della Contea, ed esso si leva dai campi silenziosi e tranquilli per scuotere le torri ed i consigli dei grandi!” (Re Elrond, Consiglio di Elrond)

La Contea è un posto tranquillo e piacevole, abitata da coloro che MAI vorrebbero lasciarla, gli hobbit. Questi ometti che umilmente sono pronti a mettersi al servizio di una missione più grande di loro.  – prendiamo in prestito le parole del prof. Andrea Monda, Direttore dell’Osservatore Romano, ma soprattutto appassionato ed esperto lettore di Tolkien –. “Ecco qua, appunto: gli hobbit sono gli umili della Bibbia. Sono humiles, da “humus”, legati alla terra, scaturiti dalla terra e che vivono “terra terra”: infatti gli hobbit “vivono nei buchi nel terreno”. E proprio per questo, per avere i piedi ben piantati nella terra, essi riescono a fare cose che i grandi e i potenti non fanno, perché non si montano la testa, non montano in superbia, non si innalzano alteri e orgogliosi, sicuri dei loro progetti geniali, ma appunto umilmente si affidano al disegno di qualcuno che è più grande di loro. Umiltà è quindi condizione per la fede, che poi è uno dei fili conduttori della storia di Tolkien: chi è meritevole di fiducia? Sauron, Saruman o Gandalf? Aragorn, Boromir o Denethor? Si scoprirà che ci sono diversi livelli di profondità per cui è proprio vero che l’apparenza inganna e chi appare modesto e maldestro, è invece il vero forte.

L’amore per la natura, per le cose semplici, elementari, per le cose che crescono, il senso dell’umorismo, la socialità, la loro mite resistenza alle avversità… queste le principali virtù degli hobbit che sono sia dei “gentiluomini di campagna” molto inglesi a cavallo tra il XIX e il XX secolo, sia noi occidentali all’alba del terzo millennio. Ci sono però anche i vizi, l’altra faccia della medaglia: la soddisfazione, intesa come l’atteggiamento che spegne ogni inquietudine; il tradizionalismo, che spegne ogni apertura al nuovo; la longevità e la vita come “mera durata”, quindi la ripetitività di riti, abitudini, tic che alla fine portano gli hobbit a diventare gretti, grossolani, superficiali, pettegoli, “guardoni”… molto simili a noi consumatori televisivi di oggi che viviamo per lo più di ricordi, di rimpianti, venerando il passato e temendo il futuro.

L’avidità è uno dei temi-chiave dell’opera di Tolkien, anche ne Il Silmarillion. L’uomo si sente come Dio, padrone del mondo e non lo lascia vivere, lo brama e lo possiede. Non vive nemmeno la propria vita come un dono, ma come qualcosa da afferrare, detenere fino alla fine (da rinviare il più possibile). Il paradosso della vita, ben rappresentato dall’Anello, è che è tua solo se la doni, se la perdi, se ci rinunci. Se rinunci cioè a prenderla come una cosa “tua”, strumentale all’affermazione gloriosa della tua persona. Se invece la doni, la metti a servizio degli altri, pur perdendola la tua vita sarà piena, felice.

E così è con l’Anello, se riesci a cederlo, a condividerlo, a metterlo a servizio degli altri, allora il bene di tutti può trionfare. Bilbo ci riesce, pungolato da Gandalf. E Frodo ci riesce (quasi), grazie a Gandalf, alla Compagnia, a Sam… agli amici, e anche ai nemici (Gollum). Da soli non si arriva da nessuna parte.