La famiglia Ulma

Cos’è la vera voca­zione?
Molti pensano che con­sista di grandi gesti o di scelte difficili… Ma a volte, la chiamata più pro­fonda si nasconde nella fedeltà alla quotidianità e nel coraggio di vivere il Vangelo alla lettera. La storia dei Beati Józef e Wiktoria Ulma e dei loro sette figli è esatta­mente questo: un Van­gelo vissuto, un faro di santità e una potente “voce profetica” per i no­stri tempi.
Józef (30 anni) e Wiktoria (27 anni), contadini po­lacchi di Markowa, erano persone comuni la cui vita era saldamente radi­cata nella fede cattolica e nell’amore reciproco.
Józef era un uomo curioso e intraprendente: un apicoltore, un frutticoltore esperto, un fotografo amatoriale che documentava la vita del vil­laggio e un membro at­tivo dell’Unione della Gioventù Rurale “Wici”. Era un uomo pratico, con i piedi per terra, ma con lo sguardo verso il Cielo.
Wiktoria si dedicava al­l’educazione dei loro sei figli piccoli – Stanisława, Barbara, Władysław, Franciszek, Antoni e Maria – e aspettava il settimo. Era la colonna por­tante della casa, custode della fede trasmessa con semplicità e amore.
La loro casa era una vera “Chiesa domestica”. Non solo pregavano insieme, ma leggevano e studia­vano le Sacre Scritture. Un particolare toccante: dopo il loro martirio, fu ritrovato nella loro casa un Vangelo con la para­bola del buon Samaritano segnata a matita.
La loro fede non era teoria, ma azione.

Il 1942 portò l’orrore dell’occupazione nazista in Polonia. In questo clima di paura e morte, la fa­miglia Ulma prese una decisione che superò ogni umana prudenza: nascondere otto loro vicini ebrei nella loro piccola fattoria.
La legge nazista era chiara: nascondere ebrei era punibile con la morte, non solo per chi ospitava, ma per l’intera fami­glia. Józef e Wiktoria sapevano perfettamente il rischio.
Perché lo fecero? La ri­sposta sta in quella pagina del Vangelo (Luca 10,25-37) sottolineata: “Chi è il mio prossimo?”. Loro non si chiesero se fosse sicuro, se fosse le­gale, o se la loro vita ne valesse la pena. Si chiesero solo: “Cosa farebbe Gesù?”. La loro carità fu l’espressione più radicale e totale della loro vo­cazione matrimoniale e cristiana.

All’alba del 24 marzo 1944, la loro scelta fu scoperta, e il dramma si consumò. Soldati tede­schi e polizia ausiliaria polacca circondarono la casa. Prima furono uccisi gli otto ebrei. Poi, sotto gli occhi degli abitanti di Markowa riuniti a forza, furono giustiziati Józef e Wiktoria. Pochi istanti dopo, vennero uccisi anche i sei bambini. Wiktoria, incinta, partorì il suo settimo figlio nel momento stesso del martirio.
La loro morte non fu una sconfitta, ma il sigillo della loro santità. Il loro martirio non è solo un atto di eroismo civile, ma una testimonianza di fede. Sono stati beatificati insieme, il 10 settembre 2023: la prima intera fa­miglia a essere elevata agli onori degli altari, compreso il bambino non ancora nato.

Il messaggio per te

Tutti siamo chiamati alla santità attraverso le nostre scelte quotidiane, qualsiasi sia la nostra vocazione. L’amore fedele e generoso è il primo passo verso il dono di sé.

Il coraggio è “corag­gioso”. La vera vocazione è prendere decisioni coraggiose e giuste, ogni giorno, anche quando costano fatica o vanno controcorrente.

La Carità non ha limiti: vivere il Vangelo signi­fica amare il prossimo senza distinzioni, rom­pendo i muri dell’odio e dell’indifferenza.

La Famiglia Ulma ci grida che la vita vale la pena di essere vissuta solo se la si dona. Ci invitano a non avere paura di es­sere radicali nella carità.

(Laura Cenci, rivista SE VUOI 1/2026)