Parigi, 1923. Una giovane diciassettenne amante della musica, della letteratura e della poesia calca su un foglio la sua professione di ateismo e grida la morte di Dio: «Si è detto: “Dio è morto” e poiché è vero, bisogna avere l’onestà di non vivere più come se lui vivesse». Un anno dopo si imbatte in Lui, di sorpresa ed in un modo del tutto inaspettato ed incontra Dio, «come in un abbaglio». A spianare la via a questo appuntamento un gruppo di amici credenti capaci di parlare di tutto ed anche di Dio mischiandolo nelle loro discussioni e nei loro progetti in una maniera talmente semplice e talmente reale che «avrebbero persino potuto lasciare una sedia libera per lui, tanto che sembrava essere vivo». Madeleine inizia a cercare, si interroga, domanda, i suoi amici le suggeriscono di incontrare un loro assistente scout, padre Jacques che la condurrà più tardi all’incontro con il Vangelo. Decide di pregare dopo aver sentito che Teresa d’Avila diceva di pensare a Dio tutti i giorni, per cinque minuti, in silenzio. «Leggendo e riflettendo ho trovato Dio; ma è pregando che ho creduto che Dio mi trovava e che lo si può amare come si ama una persona». È la Parola che permette a Madeleine di conoscere Dio ed è la stessa Parola che la muove, insieme a due amiche, Suzanne e Hélène a partire per le periferie comuniste di Parigi come «missionarie senza battello», spinte verso i nuovi deserti dell’assenza di Dio per vivere il Vangelo in mezzo al mondo, mescolate tra la folla, gomito a gomito con tutti. Nasce così, il 15 ottobre 1933 la prima delle équipes della Carità di Gesù, case dalle porte aperte, «alberghi senza registri e senza prezzi» nei quali ciascuno può essere accolto, «cavità di presenza di Dio nel buio del mondo» nelle quali «l’étranger, lo straniero, l’estraneo diventa fratello» e il Cristo lo si riconosce, «sui volti sporchi di chi bussa alla porta». Assistente sociale, impegnata nel servizio dei feriti di ritorno dalla seconda guerra mondiale e in un costante lavoro in dialogo con le istituzioni, donna operosa capace di silenzio, Madeleine scrive tantissime lettere, poesie, meditazioni, articoli, teatri, bigliettini per mille occasioni… Muore improvvisamente il 13 ottobre 1964 lasciandoci il suo testamento nella sua ultima conferenza preparata per alcuni giovani: «La fede è fatta per vincere il mondo: là dove pare vinta non si tratta di lei, ma della nostra vita di fede, una vita di fede amputata o alterata. Ci occorre sapere: se gli ateismi d’oggi costituiscono per i cristiani delle tentazioni davanti alle quali soccombono o possono appena sopravvivere; o se, al contrario, questi ambienti atei non costituiscono per noi luoghi ai quali Dio ci destina, circostanze favorevoli dove la fede può crescere vigorosamente in noi ed essere annunciata agli altri. Questa seconda ipotesi io l’ho sperimentata come vera; altri cristiani l’hanno sperimentata con me».
Alcuni scritti di Madeleine Delbrêl

«La chiamata del Cristo resta identica per i cristiani di tutto il mondo e di tutti i tempi. Ma ognuno viene interpellato là ove si trova, in quel giorno, nella sua esistenza e nel suo corpo».
«Nella strada, stretti dalla folla, noi disponiamo le nostre anime come altrettante cavità di silenzio dove la Parola di Dio può riposare e risuonare».
«L’albergo era chiuso / per la mamma del Dio bambino, / del Dio piccolino, del Dio poveretto. / L’albergo era chiuso / e da quel giorno / gli uomini hanno capito / che dietro le porte chiuse / il Signore attende di essere accolto. / E chi vuole lasciare / la sua porta aperta / potrà riceverlo / sotto l’umile sacramento / dei volti degli uomini, / volti lavati dalle lacrime / volti sporchi / sotto l’umile sacramento / di chi è senza grazia. / Chi sa costruire / agli incroci del mondo / l’albergo senza registri e senza prezzi / vede l’estraneo diventare fratello / e il Verbo farsi carne / per abitare in mezzo ai suoi».
«Il Vangelo è il libro della vita del Signore. È fatto per diventare il libro della nostra vita. Non è fatto per essere compreso, ma per accostarvisi come alla soglia del mistero. Non è fatto per essere letto, ma er essere accolto dentro di noi. Ciascuna delle sue parole è spirito e vita. Agili e libere, esse non attendono altro che il desiderio profondo della nostra anima per fondersi con lei. Vive, sono come il lievito iniziale che attaccherà la nostra pasta e la farà fermentare in uno stile di vita nuovo».
«Attraverso la nebbia, la pioggia o il chiaro di luna, incontreremo della gente: la sentiremo parlare di pacchi, di lardo, di denaro, di promozioni, di paura, di processi: mai, o quasi, di ciò che è il nostro amore. […] Sì, abbiamo i nostri deserti… e l’amore è ad essi che ci conduce. Lo stesso Spirito che conduce i nostri bianchi fratelli nei loro deserti, conduce noi, talvolta con il cuore che batte, per le scalinate tumultuose, nel métro, nelle strade buie. In questa folla, cuore su cuore, stretti fra tanti corpi, sul sedile dove tre sconosciuti ci tengono compagnia, nella strada buia, il nostro cuore palpita come un pugno chiuso su un uccello. Lo Spirito Santo, tutto lo Spirito Santo del nostro povero cuore, l’amore grande come Dio che batte in noi, come un mare che volesse a viva forza straripare, distendersi, penetrare tutti gli esseri impermeabili […]. Questo amore che ci abita, quest’amore che risplende in noi, perché non ci modella?»
(a cura di Michele Gianola, SE VUOI 2/2015)