Nadia De Munari
… Quando la vita diventa dono
Era un tranquillo pomeriggio il 21 aprile del 2021… e poi un messaggio strano nel cellulare da parte di un amico: “È successo qualcosa a Nadia in Perù, non si sa bene, qualcuno l’ha assalita…”.
Un fulmine a ciel sereno. Come dirlo ai suoi genitori? E subito dopo l’incertezza su come potevano soccorrerla in quel villaggio in Perù…
Da lì a pochi giorni la notizia che nessuno di noi avrebbe voluto sentire: “Nadia non ce l’ha fatta…”. Era stata colpita duramente quella notte, alla testa, al volto, un braccio fratturato…
Man mano nel tempo la cronaca di quel brutto fatto è passata quasi in secondo piano… La mamma di Nadia aveva esclamato subito al sentire l’accaduto ”Nadia è una martire”. La sua storia è quella di una ragazza come tante.

È nata nel 1970 e vissuta a Giavenale, un piccolo paese di campagna, della frazione della città di Schio. I genitori persone semplici: il papà Remigio ha sempre lavorato la terra, la mamma Teresina, casalinga. Nadia ha anche due sorelle, Sonia e Vania, con cui condividere i giochi in campagna e i sogni per il futuro. Nadia aveva studiato come maestra d’asilo. Frequentava i gruppi parrocchiali, partecipava ai campi scuola con entusiasmo e non mancava mai, perché credeva che era bello stare assieme, fare qualcosa per gli altri, mettendo a disposizione le sue capacità.
A circa 18 anni ha conosciuto l’Operazione Mato Grosso. A Schio c’era proprio un gruppo.
I ragazzi del gruppo passavano per le case a raccogliere il ferro vecchio e gli stracci.
Nadia si è innamorata subito di quel modo di vivere: non pensare a noi stessi, ma a chi sta peggio anche se è lontano… e ha iniziato a far parte del gruppo (campi di lavoro, attività nel fine settimana, serate di gruppo…). Il motto è sempre stato “lavorare anziché chiacchierare”.
Non trascurava il suo lavoro di maestra, ma il tempo libero era sempre dedicato ai poveri. Poi nel 1990 ha maturato la scelta di andare a conoscere di persona i “poveri”. La prima esperienza è stata in Ecuador dove è rimasta un anno. Poi, ritornata in Italia, ha continuato con l’impegno del gruppo e nel 1995 è partita per un tempo lungo per il Perù, diventando una “permanente”. È rimasta nella sierra a 3500 mt di altitudine curando la formazione di ragazze per diventare maestre. Ha seguito poi un asilo in un caserio. Un giorno, nel 2015 la proposta di andare a Chimbote. Era una scelta difficile: recarsi in una grande baraccopoli per seguire degli asili… Nadia ha detto subito di sì, ha ubbidito senza esitare al Padre Ugo De Censi il fondatore dell’Operazione Mato Grosso già anziano, ma sempre desideroso di iniziare nuove avventure per aiutare.
“Se vuoi, padre, vado io”.
Alcune LETTERE di Nadia
«Ciao, come stai? Io sto bene, a volte un po’ stanca… più tesa… aspetto il “ritiro”. Ho voglia di farlo, di “fermarmi un attimo”, di rimettere tutto nelle mani del Signore… Non sto male, solo a volte si accumula la stanchezza… ma non ho nessun rimpianto della vita che sto facendo… anzi, mi aiuta tanto a non lasciarmi portar via dai miei difetti».
«Ho fatto un campo di lavoro con le “Oratoriane maggiori” in un caserio; abbiamo aiutato 7 famiglie povere nella raccolta e altri lavoretti in casa e poi abbiamo fatto i mattoni di terra per la chiesa che si sta costruendo a Chacas. Le ragazze hanno lavorato bene, poi però basta un niente per disanimarle…. La mia salvezza è la Confessione e il Rosario. Così vorrei pensare come pensava Madre Teresa: Se è un’opera del Signore andrà avanti!».
«Sento che è una fortuna vivere con qualche ragazza in casa e sempre qualcuno che viene, i bambini da seguire, le loro famiglie (abbiamo fatto un piccolo corso di dolci con le mamme), l’oratorio, la gente… Ciò che mi costa di più è vedere le cose che non vanno e dover correggere. Mi costa una gran fatica e ho sempre paura di sbagliare. Capisco che voler loro bene comporta il soffrire, ma a volte sono un po’ ribelle e mi stufo. Poi ascolto il Padre Ugo e mi vergogno di lamentarmi per così poco rispetto a ciò che lui “sta portando”! E in questo ultimo periodo l’ho visto proprio tanto agitato nel parlare dell’assenza di DIO nella nostra vita: viviamo e programmiamo tutto ben attaccati a questo mondo!
Lo vedi proprio che ne sente tutta la responsabilità di “denunciare il disastro“ che viene avanti…».
“Immagino che più o meno saprete ciò che sto combinando. Avrei voluto chiamarvi, per sentire qualcuno vicino… Adesso sono più serena anche se è abbastanza fuori dalle mie capacità ciò che mi aspetta: dare il via a 6, 7 asili e nel mentre vivere con 40 ragazze e organizzarle, vivere con volontari che non conosco… stare in una città e nelle invasioni, così brutte, così violente… I pensieri sono tanti… ma non ci sono risposte…
VADO… Vado per aver avuto compassione degli sfoghi del padre Ugo: sono così lontana dalla sua dimensione, eppure mi è sempre più chiaro che fa apposta per smuoverci dalle nostre sedie, dalle nostre sicurezze per farci assaggiare un pezzetto di CIELO… ora ho capito: devo ANDARE IO… e non avrò pretese, ogni carezza sarà un gran regalo…”.
(Rosanna Stefani, rivista SE VUOI 1/2023)
