La mia mano nella Sua mano

Sul delta dell’Irrawaddy, a Rangoon, Bir­mania (Myanmar), Berenice Bouchè, nata il 14 settembre 1935, vive cir­condata dall’affetto di mamma Elena, di papà Eugenio e di Brian, fra­tello, amico e compagno di infanzia.
L’uragano della guerra nel 1942 sconvolge la Bir­mania: il papà parte per il fronte, la mamma, Bere­nice e Brian iniziano un lungo e doloroso esodo verso l’India. Dopo il bombardamento dell’aeroporto e della ferrovia, sono costretti a proseguire a piedi nella foresta, privi di cibo, di acqua, con peri­coli continui, con la morte che miete decine e de­cine di persone e tra que­ste anche la mamma.
Berenice e Brian sono se­parati e rapiti dai Naga (fieri guerrieri e cacciatori di teste). Berenice non vedrà più il fratellino, è trat­tata come schiava e infine abbandonata. Men­tre vaga da sola e trema per il suo destino, mira­colosamente viene sal­vata da soldati inglesi e indiani. Entra in un’altra tappa del suo esodo e giunge a Calcutta: «Ero simile a un relitto che la tempesta della guerra aveva sbattuto su una spiaggia ignota e solitaria». Dopo una sosta nel campo pro­fughi parte per Allaha­bad dove trova una dimora accogliente ma, scrive, «stentavo a dimenticare il passato. Mangiavo poco, volevo star sola, ero di­ventata muta e tremavo quando vedevo persone sconosciute». Nella passeggiata a una vicina mis­sione cattolica, entra nella cappella e prega, ricor­dando la mamma, e un raggio di sole entra nella sua vita qualche giorno dopo, quando un Frate della missione, Padre Eu­carestia, viene a prenderla per condurla presso le suore Canossiane di­cendo, con sorpresa di queste, di prepararla per la Prima Comunione che riceverà con grande gioia nella Pasqua del 1944.

Frequenta la scuola ma rimane sempre muta, fin­ché un giorno, quando viene chiesto di recitare “Two Brothers lost in the wood”, sente che questa poesia è per lei che aveva perso Brian nel bosco e la sua voce riecheggia nel silenzio dell’aula in un perfetto inglese. Si apre un nuovo capitolo della sua vita con nuove prove che però insieme a tante piccole luci le permettono di non spegnere la sua speranza per il futuro.
Il 1947 segna l’Indipen­denza dell’India dalla do­minazione inglese, ma esplodono rivolte tra mu­sulmani e indù. I numerosi profughi, prima cittadini dell’Impero Britan­nico, sono convocati per determinare la loro ap­partenenza o effettuarne il ritorno nelle terre di ori­gine. Anche Berenice è invitata a ritornare in Bir­mania ma, pur perdendo agevolazioni e sussidi go­vernativi anche per la scuola, decide di rimanere in India. Al “Saint-An­tony’ Convent” per mantenersi si dedica a vari la­vori: cura e assistenza dei bambini, lavoro al forno per la preparazione quo­tidiana del pane che svolge con Santana, una donna la cui compagnia diventa scuola per impa­rare l’hindi e vivere in armonia.


Sboccia l’amore con Rama, un giovane indù, ma a lui sarà proibito sposare una ragazza cat­tolica. E mentre pensa a formarsi una famiglia si fa strada, anche se cerca di allontanarla, la domanda: «Perché non consacrarmi completamente a Colui che mi ha liberata?».
Un giorno “la visione di un uomo venuto da lontano”, don Giacomo Alberione, che, con il paolino don Alfonso Ferrero e la Pia Discepola suor M. Lucia Ricci, viene a salutare le Suore Canossiane, suscita in Berenice e nell’amica Connie il desiderio di farsi suore nella Congre­gazione da lui fondata: le suore adoratrici dell’Eu­caristia come linfa vitale per le sue opere aposto­liche. Oltre agli incontri con don Alfonso, fu de­terminante nell’autunno del 1953 un corso di eser­cizi spirituali. Il 31 gen­naio 1954 due Pie Discepole arrivano ad Allaha­bad e il 23 gennaio 1955 Berenice e Connie sono accolte nella nascente comunità. Scrive Berenice: «Ieri in India erano in due, oggi siamo in quat­tro. Con l’ingresso tra le Pie Discepole termina la storia di Berenice Bouchè e da quel giorno ha avuto inizio la vita di Suor Maria Lucia; e questa seconda vita è meglio affidarla alla misericordia di Dio».

Dopo il Noviziato e la Professione religiosa a Roma e alcuni anni tra­scorsi in India, l’Italia, dal 1975, diventa la “seconda patria” di Sr. M. Lucia che vive comunicando la cer­tezza che il Signore ha fatto grandi cose per lei, contagiando tutti con la gioia sprigionata da tutto l’essere: «Il mio cuore è pieno di meraviglia ed emozione per la potente esperienza di amore e delicatezza familiare, datami da Dio Padre e dalla Congrega­zione. Faccio mie le parole del salmo: Ti canterò con la mia vita, Signore, e ti renderò grazie!».

(Joseph Oberto, rivista SE VUOI 2/2025)