Medici Senza Frontiere è un’organizzazione umanitaria internazionale che muove i primi passi nel 1992. Nell’identità di MSF c’è l’impegno a essere indipendenti, neutrali e imparziali, aiutando le persone di tutto il mondo dove c’è più bisogno, fornendo assistenza medica alle popolazioni colpite da conflitti, epidemie, catastrofi naturali o escluse dall’assistenza sanitaria. Silvia Dallatomasina, medico chirurgo per Medici Senza Frontiere, ci racconta la sua esperienza.

Perché proprio Medici Senza Frontiere? Lavorare con Medici senza Frontiere (MSF) è stato il mio obiettivo fino dai primi anni dei miei studi in medicina. Ero già consapevole di voler mettere le competenze che avrei acquisito al servizio di una organizzazione con una forte capacità di agire nelle più gravi emergenze umanitarie mondiali. Ho passato buona parte delle mie vacanze, durante l’università e la specializzazione in chirurgia, a lavorare in Paesi in via di sviluppo per capire di più sulla realtà che avrei affrontato e per mettermi alla prova. Lavorare nell’umanitario richiede non solo la volontà, ma delle competenze e una forte preparazione professionale.
Professionalità e profondo senso umanitario, come si fondono questi elementi? La professionalità comunque non prepara emotivamente alla durezza di certi contesti. Ho cominciato a lavorare con MSF come chirurga in Pakistan. Preparata dal punto di vista professionale e con una buona dose di mesi passati in Africa, in Paesi tra i più poveri e problematici al mondo. Ma in Pakistan mi sono resa conto di quante altre cose avrei dovuto imparare ad affrontare: la guerra, la violenza, le differenze culturali. Uno dei miei primi giorni di missione un’esplosione ha colpito un mercato non lontano dall’ospedale, più di 80 pazienti sono arrivati allo stesso tempo con gravi ferite. Abbiamo passato la notte in sala operatoria per cercare di salvare più pazienti possibile. Affrontare la sfida chirurgica non è stato difficile, ma affrontare la disperazione di centinaia di familiari e amici delle vittime colpiti nella loro vita quotidiana è stato un momento molto duro. Ho lavorato in altri contesti difficili (Haiti, Afghanistan, RDC, Sud Sudan, Siria…), ma non mi scorderò mai quella prima missione.

Quale messaggio vuole lanciare?
Continuerò a lavorare con MSF perché è quello che mi piace fare, mi dà soddisfazioni, sfide, lezioni di vita continue e quando salviamo anche una sola vita penso semplicemente che ne valga la pena. Per i giovani che intendono intraprendere questo percorso è necessaria una preparazione professionale per poter veramente aiutare nel modo più efficace. Sono essenziali esperienze in paesi in via di sviluppo così come tolleranza, spirito di gruppo e buon umore. Partecipare alle sofferenze degli altri non è facile ed è emotivamente coinvolgente, ma arricchisce la vita ogni giorno.
SE VUOI 1/2015