Ora è tempo di GIOIA
Estia, Demetra, Era, Ade e Poseidone… nomi che dicono forse poco. Nella mitologia greca sono tutti figli del grande e potente dio Cronos che non scamparono alla furia del padre. Cronos, il Tempo, figlio di Urano (il Cielo) e Gea (la Terra), è famoso nella sua malvagità per il fatto di divorare i suoi figli appena nati (l’unico a salvarsi è Zeus per uno stratagemma di sua madre Rea).
Cronos rappresenta la figura del padre che guarda a se stesso e un tempo che non scorre, che ostacola il ricambio generazionale portato dai suoi figli, che non vuole che si susseguano i giorni, il futuro, le stagioni e le feste, il naturale trascorrere della vita dalla giovinezza alla vecchiaia.

Solo con Zeus ha inizio il tempo “liturgico” (anche se liturgico in senso stretto non si può chiamare) quello scandito dal sole, dalla luna e dalle stelle che influenzano la vita dell’uomo. Con Zeus arriva il tempo della guerra, che si fa nella buona stagione, quando è possibile navigare, e della pace, che caratterizza l’inverno, quando è più difficoltoso spostarsi.
Nella letteratura greca la figura paterna, a partire da Cronos, progenitore disfunzionale, sarà spesso messa in discussione proponendo modelli positivi e modelli negativi. Certo è che, difficilmente, nel mondo greco, una relazione familiare tra padre e figlio fu fonte solo di gioia; per via del distacco (Ulisse e Telemaco); della morte (Ettore e Astianatte); della malvagità (Cronos e Zeus)…
Se questi miti servono a descrivere in modo fantasioso, e nemmeno troppo, quello che può succedere anche nella vita reale, è stato Gesù, uomo Dio, a portare sulla terra una relazione Padre-Figlio segnata dalla GIOIA, vissuta nella gioia e capace di dare gioia.
Così scriveva Alda Merini a proposito della relazione Padre-Figlio di Gesù.
«Aveva in sé il sentimento dell’uomo che muore e il senso dell’uomo che nasce. Così speranza e vita, nascita e morte, abitavano in quelle labbra che tutti avrebbero sfiorato con un bacio e che non proferirono una parola d’amore se non per il Padre» (A. Merini, Il Cantico dei Vangeli).
Gesù e il Padre, una relazione intrisa della presenza dello Spirito e fonte dell’amore reciproco.
Il Vangelo di Luca ci restituisce un dialogo che sgorga dal cuore di Gesù verso il Dio del Cielo che ci permette di intuire la relazione tra i due: «In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: “Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo”». (Lc 10,21-22)
Il racconto di Luca inizia con un’indicazione temporale, parliamo di “una stessa ora” riferendoci a quanto appena accaduto. Poco prima erano tornati i discepoli dalla missione dopo essere stati inviati “due a due” (Lc 10,1) e tornano “pieni di gioia” perché hanno sperimentato che “persino i demòni si sottomettono a loro” (Lc 10,17): «I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: “Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome”. Egli disse loro: “Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli”».
Un successo missionario dunque, di cui essere molto fieri, oltre che contenti. Eppure Gesù risponde loro: «Rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli» (Lc 10,20). Cioè riporta la gioia alla sua fonte, la relazione con Dio Padre che chiama ciascuno per nome (cfr. Is 43,1).
A questo punto inizia l’esplosione di gioia di Gesù che “esulta nello Spirito” pensando alla scelta dei poveri e dei piccoli da parte del Padre.
Avevano esultato di gioia Davide danzando intorno all’arca dell’Alleanza (1Sam 6); Maria nel Magnificat dopo l’annuncio dell’angelo (Lc 1); Giovanni Battista nel grembo di Elisabetta quando riconosce Gesù nel grembo di Maria (Lc 1). Ora gioisce Gesù dopo aver invitato anche i discepoli a trovare gioia in questa appartenenza a Dio e alle sue opere.
Questo è il cuore della gioia: conoscere e appartenere al Padre.
Il verbo omologheo usato da Gesù per esprimere il suo ringraziamento, in greco, significa anche “ringraziare” ma anche “conoscere”; nello stesso tempo Gesù-figlio riconosce il Padre e le sue opere e lo ringrazia. Il verbo esprime “l’essere d’accordo con gli altri”, “il trovare un punto in comune” ed è come se Gesù “fosse d’accordo” con se stesso, trovasse un punto d’unione dentro di sé nel riconoscere che la gioia viene dall’opera del Padre che è duplice e paradossale: nascondere ai sapienti per rivelare ai semplici.
In quei poveri e nei semplici ci sono i discepoli e ci siamo tutti noi chiamati dal Padre alla relazione con lui.
È la gioia autentica di essere figli e amati, qualsiasi cosa succeda.
Chiunque, sulla terra, abbia vissuto questa esperienza dell’essere figlio amato sa che non c’è sicurezza e gioia più grande di questa. Ma anche chi non l’avesse potuta sperimentare sa che c’è un Padre, di tutti, ma ancora di più dei poveri, nel cui sguardo ci si può riconoscere figli.
(M.Francesca Frasca, rivista SE VUOI 4/2025)