“BUEN CAMINO”

(a cura di: Alberto Bourlot)

Senza dubbio Checco Zalone è una benedizione per il cinema italiano. Sono più di dieci anni (almeno da Che bella giornata 2011) che l’attore, musicista, sceneggiatore e anche regista, orgogliosamente pugliese, corre in una categoria a parte e contro se stesso: film dopo film occupa la posizione di più visto del momento, segnando un record dopo l’altro. Come se fosse sempre capace di riportare in massa gli italiani nelle sale, dando respiro a questo presidio territoriale importante e rivitalizzando quel rito di fruizione collettiva che sembra aver perso nel tempo importanza e, purtroppo, fascino.

Un successo così netto e duraturo testimonia delle straordinarie doti comiche del protagonista, ma anche della capacità di confezionare opere di buona qualità cinematografica. I suoi film si fondano su di una doppia promessa: offrono innanzitutto divertimento ma non rinunciano a mettere in campo anche temi seri, spesso al centro della discussione sociale e politica del momento. Ed è forse proprio questo meccanismo che consente di attirare così tanti spettatori: si può ridere senza preoccupazioni (Checco Zalone non è politically correct) proprio perché si coltiva al contempo un argomento importante. Culmine e limite di questo patto è stato Tolo Tolo (2020): racconto, insieme comico e drammatico, della migrazione di genti che dall’Africa muovono verso l’Europa, sognando benessere e nuove possibilità. Il primo film di Luca Medici (nome anagrafico di Checco Zalone) che non ha battuto il record di incassi del precedente: non a caso, perché la drammaticità del tema finiva per condizionare la possibilità di divertirsi davvero!

Il meccanismo narrativo dei suoi film è sempre lo stesso. Pensate emblematicamente a Quo Vado (2016): il protagonista vive in una condizione di perfetta felicità (il posto fisso) nonostante sia sfrontatamente pieno di difetti (sfrutta la mamma, la fidanzata, il lavoro). Poi qualcosa lo mette in crisi (rischia di perdere il posto), ma il cambiamento gli offre una nuova possibilità: si innamora. Seguono peripezie varie che portano alla fine ad una felicità nuova. Ecco questo meccanismo si ripete quasi (e questo quasi è importante) in Buen Camino (2025, regia di Gennaro Nunziante)! Checco (erede senza merito di una famiglia di imprenditori) si gode la vita del cafone arricchito e questo consente agli spettatori di ridere di lui. La sua vita però entra in crisi perché la figlia Cristal scompare ed è costretto a cercarla. Scopre che si è messa in cammino verso Santiago di Compostela, la raggiunge e si ritrova a condividerne il viaggio. Seguono peripezie varie, fino al lieto fine: padre e figlia continueranno a camminare insieme.

Tutto molto semplice ed efficace assieme: ci si può divertire (ridendo di Checco) e allo stesso tempo riflettere sui motivi che spingono tanti a porsi in cammino. Funziona, anche se non ha la profondità di un film come The Way di Emilio Estevez, con Martin Sheen (2010). Perché parlarne allora? Per il modo con cui ci racconta di alcune caratteristiche del cammino (interiore). La prima è che non si cammina mai da soli: si cambia insieme agli altri. Anzi, più specificamente, si cambia insieme a quegli altri che ci stanno immediatamente accanto. Quel “prossimo” che non ci siamo scelti e che magari non avremmo voluto. La seconda (non meno importante): a cambiarci è il fatto stesso di camminare e di continuare a farlo. Anche quando non sappiamo cosa stiamo cercando, anche quando vorremmo smettere perché siamo stanchi, anche quando le cose vanno tutte storte. In altre parole, il film ci ricorda (con un sorriso!) che ci sono esperienze che si possono ascoltare davvero solo se si arriva fino in fondo al percorso. Infine il film ci ricorda efficacemente che, anche se si cammina insieme, si arriva a mete diverse, ciascuna alla sua. Tutte egualmente importanti, ma non uguali: ad esempio mentre Cristal scopre di non poter fare tutto da sola, suor Alma riscopre la sua vocazione di fedeltà a Gesù. 

Insomma, tre osservazioni importanti, che questo film è capace di consegnare ai suoi spettatori con leggerezza! Un messaggio incisivo che però in Buen Camino rischia di perdersi quando prende il sopravvento la tentazione del comico ad ogni costo: personaggi ed episodi triviali, che tolgono fascino al viaggio aggiungendo soltanto qualche risata forzata. Ma soprattutto, ad indebolire il racconto è quel “quasi” di cui parlavamo prima: l’unico personaggio che non cambia davvero è proprio il protagonista. È vero che Checco ritrova la figlia ma resta sostanzialmente se stesso: il cambiamento autentico è rimandato ad un futuro indistinto, rischiando così di togliere importanza a quel cammino (che ci cambia anche quando non lo vogliamo) che era stato fin lì capace di raccontare. (da: SE VUOI 3/2026)