“… che Dio perdona a tutti”

a cura di Alberto Burlot

Ci sono film che susci­tano grandi attese. Tutto lascia presagire uno spettacolo coinvolgente, capace di raccontare qualcosa di importante e di farlo con rispetto e pro­fondità, senza rinunciare a un tocco di leggerezza: il regista sembra quello giusto, il momento anche, l’interesse collettivo c’è. È il caso di “… che Dio perdona a tutti” di Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, uscito nelle sale ad Aprile 2026. Pif è un artista poliedrico.
Come regista e attore ha dato ripetutamente prova della sua capacità di trattare temi difficili con grazia e in maniera non scontata: si pensi a titoli come La mafia uccide solo d’estate (2013) e In guerra per amore (2016), ma anche a un programma televisivo “documen­tario” come Caro Marziano (RAI, dal 2017).
Nel suo percorso auto­riale il nuovo film occupa un posto particolare, non solo perché è tratto dal suo primo romanzo (omonimo, 2018, Feltrinelli), ma anche perché è stato presentato come un au­tentico «farsi delle do­mande su Dio», da agnostico ma rispettoso di una esperienza cristiana at­traverso cui in Italia si passa da ragazzi per tradizione o per abitudine. Più ancora, il film si propone d’essere esplicita­mente un «mettersi in discussione» che parte dalla fede ma si allarga alla vita. Ad aggiungere ulteriore interesse, stampa e TV ci hanno riferito di diversi incontri dell’autore con Papa Francesco, che del racconto è imma­ginario co-protagonista e che, sempre stando alle interviste del regista sici­liano, è stato con la sua fi­gura «rivoluzionaria» l’autentico ispiratore del rac­conto.
Una grande promessa dunque …eppure, alla fine della proiezione, quando le luci si sono riaccese, la magia non si era com­piuta fino in fondo e sulla visione aleggiava un po’ di insoddisfazione. Nonostante il successo di pubblico, qualcosa non torna e il film mi è parso piuttosto un’occasione (almeno in parte) persa. Vediamo di capirne in­sieme il perché.

Partiamo dalla trama, in breve. Arturo (Pif) è un agente immobiliare di di­screto successo, che ha però una vita personale un po’ triste, illuminata solo dalla passione per i dolci siciliani. A un certo punto, il colpo di fulmine, che in tutti i film di Pif rappresenta il motore della storia: si innamora di Flora (Giusy Buscemi), pasticciera ed erede di una famiglia di pasticcieri molto noti e tradizionalmente cattolici. Per conqui­starla prima finge una fede che non ha (più) e poi, dopo un’apparizione di Papa Francesco, decide di provare a metterla davvero in pratica, finendo però per scontentare tutti. Perché? Perché molti credenti professano in fondo la fede con riserva e con un pizzico di ipocri­sia.
Le potenzialità di questo meccanismo sono evi­denti e (nonostante qualche incoerenza narrativa e qualche caduta di stile) tutto andrebbe a meraviglia se si trattasse sol­tanto di far ridere gli spettatori. Ma così non è. E l’intento dichiarato, come abbiamo visto, era un altro. Davvero «praticare la Parola del Signore nella vita di tutti i giorni» (RAI 3, Splendida Cornice, 2/04/2026) si traduce credibilmente nel portarsi dietro ovunque un immi­grato, chiamato ad assi­stere (silente e buffo) alla vita del protagonista?
Davvero mettere in pra­tica la Parola consiste nel rinunciare a un momento importante per la propria famiglia, perché si è lasciato vestito e mac­china a un gruppo di per­sone, spaventate da una scossa di terremoto (e che, naturalmente, ripor­teranno tutto, lavato e stirato, il mattino successivo)? Davvero la religio­sità popolare è semplicisticamente riconduci­bile a una pratica interes­sata e poco sincera?
Insomma, l’equivoco di fondo, sta nel contrap­porre una macchietta (il Pif credente estremista) a un’altra macchietta (la religiosità ipocrita degli altri), con il rischio di risul­tare altrettanto ipocriti se ci si proponeva davvero una riflessione autentica!

A salvare il film stanno però almeno tre caratte­ristiche importanti. In­tanto ci ricorda, che a mettere in cammino verso la fede può essere qual­siasi esperienza, quando vissuta con autentica passione: perfino la cu­cina, per non parlare dell’innamoramento.
Inoltre ci ricorda che non c’è cammino di fede senza cammino, senza cioè movimento e crescita condivisa con gli altri: l’amore tra Arturo e Flora è una bella storia roman­tica, che rischia però di naufragare proprio per­ché i due non cammi­nano insieme. «Mettere in pratica la parola nella vita di tutti i giorni» signi­fica scoprire ogni giorno una chiamata nuova e più profonda e vera di quella del giorno prima. E farlo insieme agli altri, non con un gesto isolato, ma in un crescendo nu­trito tanto di realismo quanto di fantasia. Infine Il film è una testi­monianza di quanto la fi­gura di Papa Francesco continui a essere capace di interpellare gli uo­mini d’oggi, suggerendo delle domande di vita. Anche quando le ri­sposte sono imperfette e tanto insistere sui dolci finisce per mettere allo spettatore una gran vo­glia di qualcosa di sa­lato…

(rivista SE VUOI 4/2026)