“Francesco d’Assisi”

800 anni fa, il 3 Ottobre 1226, nella piana di Assisi, nudo sulla terra nuda, moriva San Francesco. Figura straordinaria, riconosciuta già in vita, ma capace di illuminare le generazioni arrivando fino a noi. Anche la civiltà dei media ha infatti continuato a percepire quanto sorprendente sia stato quest’uomo, lasciandosi catturare dalla sua storia: dal 1911 al 2026 si contano almeno 23 film a lui dedicati (Arnaldo Casali, Francesco al cinema, San Paolo, 2026).
Alcuni di questi sono irraggiungibili perché troppo antichi o perché confinati ad una circolazione di nicchia. Altri sono invece facilmente reperibili, anche in rete, ma finiscono per fare di Francesco una figura buona per tutte le stagioni, usandola come uno schermo su cui proiettare passioni e paure che non erano sue.
C’è però un film che pur essendo (relativamente) “antico” ha la freschezza di un discorso nuovo. Di grande successo all’epoca, ma oggi meno conosciuto di tanti altri, usciti dopo e di minor valore: Francesco d’Assisi di Liliana Cavani (Italia, 1966), in libera fruizione su RaiPlay. Perché merita tornare a parlare di un film di sessant’anni fa? Perché si pone seriamente la questione di cosa sia stata per Francesco una vocazione alla santità: si chiede cioè cosa abbia voluto dire diventare santi, non esserlo già! Francesco come mistero da cogliere nel suo momento aurorale, quando è un giovane (tra tanti) e inizia a diventare davvero se stesso.
Forse non poteva essere diversamente, dal momento che la regista aveva allora poco più di 30 anni: giovane dunque e donna, in una realtà non facile come quella dell’Italia anni ‘60.
Cresciuta in un ambiente agnostico, ma talmente motivata da spingere la RAI a trasformare quello che doveva essere un documentario in un vero e proprio film (non solo televisivo), sfruttando espressivamente gli stessi vincoli tecnici (l’approccio cronachistico, l’uso obbligato del bianco e nero, la povertà di mezzi). Con una curiosità genuina al punto da tornare sulla figura di Francesco con altre due pellicole (1989 e 2014), interessanti ma meno particolari.
In cosa consiste allora la santità in questo film? In qualcosa che molti percepiscono, ma che pochi sanno dire con la chiarezza della regista: “per me santo è colui che nella sua esistenza realizza l’unità tra la parola e il gesto, cioè la sua esistenza è parola vivente” (La TV di Liliana Cavani, episodio 10, RAI 2020).
Francesco è un uomo che chiede al Suo Signore di avere un «cuore unificato» (Sal 86), che procede per tentativi, come tutti, cercando però costantemente di far aderire le azioni alle parole. E alla Parola. In una sequenza straordinaria (che fa da centro del film), Francesco seduto per terra in San Damiano legge a voce alta dal Nuovo Testamento queste parole: «Non prendete per via né argento, né oro, né due tuniche, né bisaccia, né sandali». Qui la sua voce si abbassa, allunga le gambe e si toglie l’unica cosa dell’elenco evangelico che effettivamente possiede: i sandali. «C’è scritto lì»!
Nel film questo sforzo di armonizzare parole e gesti, si traduce nel tratto di carattere di Francesco che più spesso è stato trasformato in qualcosa di melenso: la letizia. Una serenità che lo accompagna (anche) nella confusione, anche quando non sa bene perché fa le cose che sta facendo.
«Non lo so» è un’espressione che ricorre di frequente nel film, senza però spegnere il sorriso del protagonista. Straordinaria la sequenza del ritorno a casa dopo il furto delle stoffe: nonostante le domande incalzanti del padre, nonostante la violenza delle botte, nonostante le sue incertezze su cosa voglia davvero, continua timidamente a sorridere.
Perché?
Perché è capace di guardare oltre quello che sta davanti agli occhi di tutti. Gli altri vedono il furto, la rabbia del padre, la sua stessa confusione: lui continua a vedere il crocefisso di San Damiano, che accarezza amorevolmente nell’inquadratura su cui si chiude la sequenza.
Altro che melensa, la serenità è un aspetto rivoluzionario perché consente alla realtà della vita di Francesco di farsi sogno. Nella singola scelta non c’è nessuna certezza: solo andando avanti (errori e vicoli ciechi compresi) si riesce ad ascoltare davvero la propria vocazione. E per andare avanti, c’è bisogno di tenere lo sguardo fisso oltre le apparenze, di imparare a vivere (come si dice nel film) «con gli occhi aperti». Quando Francesco riceve a San Damiano la visita di quelli che diventeranno i primi compagni, li fa entrare nella chiesa come se fosse una dimora regale, dicendo loro che è «quasi tutta accomodata» e invitandoli a sedere.
La macchina coglie le reazioni degli ospiti perplessi che vedono (come noi spettatori) più che altro fango! Ma il guardare oltre di Francesco è contagioso! I compagni (e noi con loro) iniziamo a guardare con i suoi occhi: occhi capaci di non fermarsi alla superficie (spesso deludente) delle cose e di cambiare il mondo.
Una qualità di cui il nostro tempo (come ogni tempo) ha disperatamente bisogno.
(Alberto Bourlot, rivista SE VUOI 5/2026)