Conversione di San Paolo
UNA LUCE RIVELATRICE
Il nuovo diventa antico e l’antico si riveste di nuovo. Si potrebbe tradurre così la vicenda umana di San Paolo, che ha capovolto la sua storia, ha invertito la rotta, ha cambiato segno e orientamento alla sua vita. Per parlare di lui non ho scelto un’opera che lo ritrae nell’iconografia tradizionale, ossia con la barba lunga e la spada in pugno (simbolo duplice tra un passato da persecutore dei cristiani e il carisma da Apostolo), ma un famoso capolavoro nel quale però non lo vediamo neppure in volto: la Conversione di San Paolo di Caravaggio, realizzata nel 1601 per la Cappella Cerasi in S. Maria del Popolo a Ro-ma, dove ancora oggi si trova.

L’artista fa qui qualcosa di eccezionale, offrendoci un’inedita figura del santo trasformandola in una parabola vivente, che invita a considerare la chiamata come definizione della sua stessa identità. La fonte che descrive in più versioni l’evento è negli Atti degli Apostoli, mentre in alcune Lettere vi sono solo allusioni al fatto accaduto: quel che è certo è che Paolo, o Saulo, diretto a Damasco con la decisa intenzione di catturare i cristiani che vi si trovano, viene travolto da una luce accecante e raggiunto da una voce, quella di Cristo, che gli chiede di non perseguitarlo e di diventare suo testimone. Questa luce lo rende cieco e lo conduce da Anania, un giudeo-cristiano che lo battezzerà, donandogli una nuova vista, o meglio, una nuova visione di se stesso e di Dio. Nel quadro però, arte muta, percepiamo bene solo la luce, un uomo a terra e, infine, un vecchio e un cavallo non menzionati in alcuna delle versioni all’interno dei Testi Sacri. Il dettaglio fa sembrare che Saulo sia stato disarcionato all’improvviso da un nemico extra-ordinario, un nemico che attacca a “voce” scoperta, dichiara il suo nome e chiede tregua come un amico.
Le ipotesi avanzate dagli studiosi sul perché di queste scelte iconografiche sono molte, noi vogliamo seguire la scia che vede Caravaggio artefice di una scena quasi teatrale e bizzarra per l’epoca, dove il protagonista sembra il grande cavallo che occupa il centro del quadro e dove per vedere Saulo bisogna guardare in basso, portando l’attenzione sul dramma interiore che si consuma nell’intimità di quel giovane uomo, con la schiena a terra e le braccia aperte come a chiedere pietà. Un gesto che ha già il sapore dell’abbandono a Cristo, anticipando la guarigione e il battesimo di Paolo, che riscriverà la sua storia personale e dell’intera cristianità. La luce che folgora diventa allora illuminazione, intuizione che converte, scoperta che fa cambiare direzione, mentre, la voce, che non sentiamo, si fa chiamata che cattura con la forza docile e sussurrata del comando che non ordina, ma mette ordine. Caravaggio, inoltre, con quel suo modo unico di trovare luci che fendono lo spazio nel magma di un’intensa oscurità, sa esprimere con pochi segni efficaci tutto il pathos narrativo che avvolge un’esperienza sì rara e miracolosa, ma forse più simile a tanti segreti squarci del cuore che si consumano nell’anima di molti, usando elementi poveri ed essenziali che permettono a chi guarda (e prega) di entrare dentro la scena, chiedendo di essere con Paolo o di essere proprio come Paolo.
La visione che illumina e chiama, infatti, non stravolge il suo zelo, non ne smussa il carattere tenace, ma ne rinforza i doni, rinvigorendo i talenti, e ne affina l’intelligenza, ponendo ogni cosa al servizio di una causa che porta vita, maggior vita, e non più morte. Forse la missione è un essere missione per quello che sei, che solo tu puoi essere e che solo attraverso di te, e grazie a te, si può fare, può esistere e manifestarsi nel mondo. Si tratta di scoprire e realizzare quello che gli antichi greci chiamavano daimon, quel qualcosa per cui si è nati, per cui si è portati, quella vocazione che, sebbene abiti dentro di noi, ha sempre bisogno dell’altro, di farsi conoscere e di rivelarsi per mezzo di una relazione con un tu, che è altro fuori di te.
* Immagine da Wikipedia di pubblico dominio. Michelangelo Merisi da Caravaggio, Conversione di San Paolo, 1600-1601, olio su tela, 230 × 175 cm,
Basilica di Santa Maria del Popolo, Roma.
(Erica Romano, rivista SE VUOI 6/2025)