Di fronte allo sguardo
La Madonna della Seggiola di Raffaello (Urbino, 1483 – Roma, 1520), oggi alla Galleria Palatina di Firenze, è emblema della bellezza. E in effetti, nel volto dell’unica figura che guarda lo spettatore, c’è una giovane Maria con il Bambino in braccio, cullato teneramente sulle sue gambe, con accanto un S. Giovannino in contemplazione. La posa domestica e per nulla solenne è accompagnata da una seduta di nobile foggia: si tratta di una “sedia camerale”, di quelle un tempo usate dai papi, da cui desumiamo la committenza di Leone X, il quale dovette poi inviare l’opera a Firenze come dono per la sua famiglia; “seggiola” che successivamente darà il nome al fortunato dipinto.

La Madonna, che riconosciamo dal nimbo quasi accennato sul capo, è una donna dalle fattezze eleganti ma semplici, un profilo dai tratti raffinati e sottili che incorniciano due occhi velati insieme di dolcezza e malinconia. L’Urbinate era un maestro del ritratto, capace di cogliere i caratteri dominanti dei suoi soggetti – oggi diremmo la psicologia – non senza vizi, virtù e tutto ciò che l’anima cela.
Secondo una leggenda, la giovane scelta come modella, accompagnata dai suoi bambini, doveva essere la figlia di un vinaio che viveva sull’Appennino e che il pittore notò passando di là. L’aneddoto serve a sottolineare come Raffaello sappia restituire al volto di Maria sia un’aura familiare che soprannaturale. La familiarità con cui Maria è ritratta, soprattutto, rende umana per riflesso la divinità di suo figlio, collocando così il fedele nella posizione privilegiata di chi è visto, tale da potersi riflettere in quello sguardo e sentirsi intimo e apparentato con la sacralità dell’abbraccio che unisce i due nella scena. Chiunque, stando di fronte a questo sguardo, non può che sentirsi visto e da qui interrogato sul mistero della bellezza, propria e altrui, attratto dal vortice di grazia e armonia che l’artista è stato in grado di generare, come se quel volto fosse un’inevitabile punto di fuga sul paesaggio interiore dell’intera umanità. Ciò che stava di fronte allo sguardo attento e penetrante del “divin pittore” è oggi però di fronte al nostro più distratto e meno profondo.
Per comunicare il senso profondo del sacro nel volto di una donna, Raffaello è stato di fronte allo sguardo vero di una persona reale, di fronte ai limiti, alla povertà e alla bellezza autentica della sua umanità.
Un’umanità dai confini sacri e inviolabili, a cui accedere attraverso la porta degli occhi e del cuore. Stare di fronte, o meglio, dentro lo sguardo dell’altro, può fare paura, è un invito che mette a nudo chi siamo, senza maschere e dissimulazioni, e chiede una relazione che ci mette in discussione, che spesso rifuggiamo con la stessa forza con cui desideriamo essere visti e amati.
Custodire la sacralità di un volto e di una voce, che è propria dei vivi, significa preservare il nostro bisogno di relazione da tutto ciò che finge, distorce, copia o simula il calore di una presenza reale o che si sostituisce alla frequenza che ha soltanto ciò che tocca la nostra carne.
(Erica Romano, rivista SE VUOI 3/2026)