“Ci facciamo un selfie?”:
alla scoperta di noi stessi

Ed eccoci immersi nell’epoca dell’immagine e dei social network: “scatta”, “aggiungi il filtro”, “carica” e “condividi”. Parrebbe quasi un nuovo rituale, di cui il “selfie” è il protagonista indiscusso. Si sceglie la posa, l’inquadratura e la luce, ci si immortala e l’autoritratto digitale è pronto per i commenti e i “like” degli altri.
Cosa c’è di rivoluzionario in tutto questo? Nulla, in verità. Il rapporto con la propria immagine è, a ben pensarci, uno snodo cruciale nella crescita dell’essere umano. Per lo psicoanalista Jacques Lacan, all’incirca tra i 6 e i 18 mesi di vita, i bambini guardandosi allo specchio iniziano a riconoscere la propria immagine e ad abbozzare la propria identità, dapprima frammentata e via via sempre più unitaria. Tale processo è possibile attraverso la presenza, e più propriamente lo sguardo, di un’altra persona, solitamente la madre, che conferma l’assunzione di tale immagine. Si parla per l’appunto della “funzione specchio”, a indicare quel processo tutto umano di definizione della propria identità attraverso la relazione con un altro diverso da sé che aiuta a sentire di essere una persona separata, distinta e autonoma.
In un gioco di riflessi, perciò, lo sguardo dell’altro su di noi influenza anche il nostro modo di percepirci: lo sguardo amorevole e accogliente della madre riflette al bambino il messaggio che si può guardare con amore (“àmati, sei un valore, sii fiero di te”), lo sguardo giudicante e rifiutante consegna, invece, un messaggio di disapprovazione (“non vai bene così come sei, non vali niente, vergognati”). Può capitare, così, di diventare i giudici più severi ed esigenti di noi stessi e di andare alla ricerca continua, se non addirittura ossessiva, di conferme dell’immagine che ci aspettiamo di dover mostrare.
Ciò che interpretiamo come pressione sociale a fare una buona impressione, a non deludere le aspettative altrui, a ricercare la perfezione, non proviene, dunque, solamente dall’esterno, ma soprattutto dall’interno.

Tutto questo non senza sofferenza e disagio.
Qui, però, viene anche il bello. Perché l’ansia da prestazione, la paura per il fallimento e il giudizio, la fragilità e la vulnerabilità sono esperienze in cui sostare per comprenderne il significato e, in definitiva, da valorizzare! Comunicano e fanno intravedere, infatti, il profondo desiderio di ricercare ed essere noi stessi, noi stessi senza condizione. Si tratta di un percorso che non si dà in automatico, al contrario è un cammino graduale che richiede grande coraggio e che può assumere delle accelerazioni in alcuni passaggi dell’esistenza, come ad esempio in adolescenza e giovinezza, tempi della vita ricchi di sfide straordinarie.
Forse che la moda dei “selfie” e dell’autocelebrazione delle esperienze personali risponda, dunque, a un naturale bisogno di sentirsi approvati, accettati e sostenuti dagli altri? Il “selfie”, in fondo, esiste solo per essere condiviso e diffuso il più possibile sulla rete.
Dove sta allora il rischio? Questo desiderio, seppur legittimo, può rimanere irrisolto se il confronto con l’altro è ricercato solo per affermare la propria posizione, in una logica esibizionistica e competitiva (“chi ha più followers?”). Ciò che dovrebbe unire finisce per allontanare, portando alla chiusura in se stessi e alla solitudine.
L’uomo è un essere relazionale, ha bisogno degli altri per autoritrarsi e definirsi! Bisogna, quindi, nutrire la logica della condivisione, quella autentica che ha luogo quando si accettano le proprie fragilità e ci si sente liberi di essere ciò che si è, aprendosi con fiducia alla relazione con l’altro: saremo più spontanei e, in una misteriosa e virtuosa catena di legami, aiuteremo anche gli altri a mostrarsi senza “filtri”.

(Elena Canzi, rivista SE VUOI 4/2023)