Quando è il circo ad
alimentare la speranza.
A GAZA!
Quella di Free Gaza Circus è una storia che sembra riuscire in una missione impossibile: avvicinare la magia dell’arte circense ai ragazzi e alle ragazze di Gaza, due mondi solo in apparenza lontani ma che, insieme, riescono a creare una fecondità armonica e generativa. È lì, dove i sogni si infrangono tra tende di fortuna sferzate da venti impetuosi e i desideri si disperdono come le polveri provenienti dai cumuli di macerie che l’associazione coltiva, attraverso il movimento, le risate e lo spettacolo la gioia e la speranza dei gazawi.
Sfogliare le foto e i reel costantemente aggiornati sui loro canali social è una ventata di speranza in un mare di disperazione, un segno visibile, seppur fragile, che lo sport può davvero creare vita e restituire dignità a chi, per mano di altri, si vede negare ogni possibilità. Il circo, considerata una vera e propria arte con origini antichissime, non è forse propriamente considerabile come uno sport ma, come quest’ultimo, mette al centro il valore del corpo che, in una terra dove è continuamente e volutamente oltraggiato e dilaniato, assume un significato preciso. Di resistenza.
A Gaza chiunque abbia meno di vent’anni non ha mai avuto la possibilità – o forse il diritto – di conoscere cosa vuol dire vivere senza paura, sognare senza limiti e dormire senza incubi. E sono loro, i giovani palestinesi, i protagonisti di questo fecondo incontro tra mondi così distanti: attraverso l’antica arte del circo (un circo un po’ distante dall’immaginario tradizionale di eleganti tendoni e animali addomesticati) gli operatori dell’associazione si impegnano a mettere al centro della loro missione le vite dei ragazzi, profondamente segnate dall’angoscia dell’abbandono della propria terra, il dolore delle tante perdite e le ferite mai rimarginate del passato.
È tra sinuose acrobazie, lanci da giocoliere e nasi da clown che, con resilienza e tenacia, i ragazzi sono aiutati a conoscersi e a focalizzare e nominare i numerosi e nefasti effetti della guerra per raggiungere il pieno potenziale attraverso la libera espressione del proprio corpo. Un esercizio, continuo e costante, che non intende alleggerire o banalizzare la realtà – e nemmeno “esorcizzarla” – ma dare piena dignità al dolore che lì si vive in tutta la sua crudezza. Gli aspiranti circensi sono così aiutati ad ascoltarsi e ad attivare, in autonomia, meccanismi di liberazione dalle paure e da sentimenti negativi spesso repressi: senza eroismi o virtuosismi, ci si concentra sul possibile, per evitare che, come un boomerang, il proprio vissuto possa alimentare tensioni e dissidi interiori già forti.
Prima dell’ultima e terribile “operazione”, il centro accoglieva oltre 180 bambini e adolescenti durante l’anno scolastico e 2.000 durante le vacanze estive; ragazzi che, senza “la magia del tendone” e l’impegno fisico, non avrebbero altri luoghi dove poter elaborare i propri traumi e riprendersi, anche per poco tempo, un po’ dell’innocenza che volutamente gli è stata negata.
I bombardamenti iniziati nell’ottobre del 2023 non hanno risparmiato nulla e hanno distrutto la sede principale della scuola; in aggiunta, i continui ed estenuanti spostamenti interni hanno provocato la quasi totale dispersione del gruppo, rendendo difficile anche riuscire a mantenere i contatti con i numerosi utenti.
Eppure qualcosa si muove. La distruzione generalizzata non è riuscita a fermare sogni, arte e creatività e il tristemente “noto” campo di Jabalia sta diventando il luogo dove poter ripartire, con un progetto già messo in campo per ripristinare il Centro e dare continuità alle attività circensi, che nel frattempo continuano tra quel che resta di Gaza.
Ricostruire strutture e spazi, ma soprattutto vite perché è lì, dove anche il diritto di esistere sembra essere negato, che la vita grida per essere vista e riconosciuta.
(Giuseppe Tramontin, rivista SE VUOI 3/2026)
