ASCOLTARE con gli occhi
GUARDARE con le mani
L’esperienza della nostra esistenza come donne e uomini può anche essere una esperienza di eccedenza, ossia una quantità di vita e di bellezza in più rispetto al consueto, e che arriva in abbondanza quando meno te lo aspetti. È un di più regalato, in rapporto a quello che potremmo semplicemente attendere; eppure non sempre e non tutti riescono a cogliere e godere di questa eccedenza. Per averla in dono è necessario “ascoltare con lo sguardo” e “guardare con le mani” e, ancor prima di questo, è necessario lasciarci prendere per mano e farci condurre altrove, fuori dal perimetro del nostro ombelico. Da soli quest’eccedenza non si genera. Il viaggio che potremmo compiere in questo senso, ossia dall’essere prigionieri nel nostro ristretto perimetro allo sconfinamento, è sicuramente avventuroso e non certamente immediato: ha i suoi rischi, è ricattabile dalle paure, è condizionato da dubbi che non sempre ci rendono lucidi e tantomeno coraggiosi. Vorrei focalizzare lo sguardo su quest’eccedenza di vita, che non è sempre presente, ma è sempre possibile ritrovarsi tra le mani e scoprire che è la scintilla che dà passione alle nostre scelte, rendendole possibili. L’eccedenza di cui parlo è la vita che fluisce inaspettatamente, è quell’energia positiva che sentiamo concreta, che ci motiva e spinge in avanti verso un progetto di vita; ci fa percepire parte di un gruppo, di una società, di un’espressione culturale e, in esse, agire per produrre cambiamenti. Essa ci coglie di sorpresa dentro la bellezza di una relazione, ci permette di sperimentare che siamo capaci noi stessi di generare un di più di vita, che a sua volta diventa una riserva di motivazione e passione, da spendere per coltivare e nutrire desideri. Ma dove si genera questo “di più”? Come è possibile entrare dentro questa dinamica e non passarci solo di lato, rischiando di essere refrattari alla sua vitalità? Come allora nutrirsi di essa per lasciarsi trasformare?
C’è una parola, a questo punto, che dobbiamo recuperare e tradurre con altre prospettive; una parola che indica essenzialmente una modalità, uno stile, un vivere le relazioni, questa parola è: CURA.
Il primo passaggio essenziale è liberare la parola “cura” da stereotipi e visoni che la caricano di sfumature inutili.
La prima azione della cura non è mai il “fare qualcosa per l’altro”, è piuttosto l’ascoltare con gli occhi. Guardare, osservare, vedere, è in realtà la più grande rivoluzione che possiamo compiere in noi stessi. Guardare è contattare l’altro, è entrare in “punta di pupilla” nella sua storia, nel suo confine, nel terreno e nello spazio personale.
Educare il nostro sguardo stando di fronte all’altro è un’esperienza che trasforma prima di tutto noi stessi. È rendersi vulnerabili e allo stesso tempo abbordabili, è avvicinarsi lasciandosi avvicinare, è riconoscere lasciandoci riconoscere: l’ascolto si affina, mentre gli occhi mi permettono di vedere.
In questo modo lentamente si percepisce e si consapevolizza che ciò che comprendo e conosco dell’altro è molto di più di ciò che vedo.
…Allora fermati, sosta, trattieniti disarmato in questa cura degli sguardi; non fare, non agire, lascia agire gli occhi, non cercare risposte, ma osserva dove l’altro si trova, cosa vive e di cosa ha bisogno, raggiungilo nel suo essere totalmente altro da te.
Quando meno te lo aspetti il tuo procedere con questa visione della cura, non ti porterà ancora ad agire attraverso un fare, c’è un altro passaggio che si genera: è la trasformazione del tuo modo di relazionarti.
Se davvero hai osservato, se con passione hai sconfinato dal tuo perimetro per andare verso l’altro, non da invasore ma da ospite, allora quasi senza accorgerti, il tuo modo di relazionarti cambia.
Ecco allora che se “ascolti con gli occhi” sarai immediatamente capace di guardare con le mani, ossia capace di essere presente nella tua storia e nella storia degli altri, attraverso un agire concreto, fatto di gesti che generano vita, fatto di scelte, di progetti che hanno un’eccedenza di vita da rimettere continuamente in circolo.
La cura è esperienza di reciprocità ed essa è riconoscibile dal “di più di vita” che si genera grazie al dialogo con gli eventi, l’altro, la realtà, la storia e con se stessi.
(Amedeo Angelozzi, rivista SE VUOI 4/2022)
