Che ne sarà di noi?
Era il titolo di un film ove tre amici, freschi di maturità, intraprendono un viaggio che sarà, metaforicamente, passaggio tra spensieratezza e impegno per il futuro con le imminenti scelte tra università, lavoro e temporeggiamenti vari. Ogni generazione ha avuto questi momenti; un limbo in cui si è inconsapevoli di avere già iniziato a dare forma a ciò che saremo quando il passaggio all’età adulta sarà ultimato.
In questa metafora consideriamo anche l’intera popolazione umana che abita la Terra da oltre 200 mila anni e che in questa contemporaneità, caotica e ricca di stridenti contraddizioni (guerre, pandemia e ingiustizie sociali), sembra paludata in un immobilismo che – idealmente come il preludio all’età adulta – anticipa quelle scelte coraggiose in grado di cambiare il mondo in cui viviamo, in una direzione più equa e sostenibile. Gregory Bateson, grande intellettuale del ‘900, nel suo Verso un’ecologia della mente ci accompagna in quella che lui stesso definisce una scienza ancora in divenire che possa restituire le profonde connessioni, i legami e le relazioni tra persone, animali, oggetti ed ecosistemi.
Ancora oggi questa visione tarda a maturare, a essere percepita come un bisogno urgentemente condiviso tra tutte le genti del mondo. Salvo l’opera di alcuni come gli indigeni dell’Amazzonia, le organizzazioni ambientaliste, qualche testata (The Guardian) che dedica attenzione alla questione ambientale, e qualche giornalista d’inchiesta come Naomi Klein (Una rivoluzione ci salverà. Perché il capitalismo non è sostenibile, 2015). La maggioranza degli esseri umani rimane indifferente, anche i giovani sebbene si tratti del loro futuro (a parte Greta Thumberg e i Fridays for Future). E il risultato potrebbe essere quello della famosa rana che lo stesso Bateson cita: l’animale è immerso in una pentola di acqua fredda che viene con calma riscaldata, così questa finirà per essere bollita senza saltare fuori per salvarsi.
I cambiamenti climatici sono frutto di un’epoca che ha i suoi prodromi nella rivoluzione industriale del novecento, il secolo dell’espansione accelerata delle tecnologie ove l’uomo ha alterato – rendendoli instabili – i già delicati equilibri del pianeta. Rachel Carson nel 1962 con Primavera Silenziosa lanciò l’allarme sul futuro che avrebbe spento anche il canto degli uccelli al fiorire della bella stagione. Il Club di Roma di Aurelio Peccei fornì nel 1972 un famoso studio (Rapporto sui limiti dello sviluppo, contrastato dagli Stati Uniti) che denunciava gli effetti di sovrappopolazione e consumismo. Nel 1992 ci fu poi il primo Summit sulla Terra organizzato dall’ONU, prima conferenza mondiale sulla crisi ambientale. Ma finché non ci saranno pesanti sanzioni per i Paesi che continuano a investire in energie fossili (responsabili del surriscaldamento globale che determina i cambiamenti climatici), non ci sarà scampo e la rana finirà bollita dai cambiamenti climatici.
Accanto all’azione storica di molte organizzazioni ambientaliste, è di recente emersa una voce fuori dal coro. È quella di Papa Francesco con l’Enciclica Laudato si’ del 2015, la prima interamente centrata su quella che viene definita come ‘ecologia integrale’, a sottolineare che il problema va visto alla luce di tutti quei legami indissolubili che Bateson aveva evocato. Perché l’enciclica è rivolta a tutti, credenti e non credenti, presentando lo ‘stato di salute’ di questa nostra madre Terra, attraverso un solido e vasto apporto scientifico che documenta inquinamento, cambiamenti climatici, scarsità dell’acqua e di altre risorse, perdita della biodiversità e disuguaglianze sociali. Difatti le parti più interessanti per il risveglio della rana dormiente, giacciono proprio nella parte dedicata alle radici umane della crisi ecologica. La società si è evoluta nella direzione dello sfruttamento infinito di un pianeta finito, l’ideologia del consumismo (e dello scarto) ha creato spirali distruttive nelle relazioni (competizione). La tecnologia è guidata dalla finanza mossa da teorie economiche miopi e prive di morale, con il solo ultimo scopo di trarre profitto, a discapito della natura così come degli esseri umani.
Eppure sistemi sociali e sistemi ambientali possono riarmonizzarsi, non solo grazie alla scienza, ma anche grazie alla visione etica e spirituale della relazione uomo-natura, attingendo alla cultura della comunità che tutela il bene comune.
Ognuno di noi può fare la differenza con stili di vita più sobri, scelte di consumo premianti prossimità e biodiversità (i prodotti a Km0), in una logica rinnovabile dei beni (le 3 R di reduce/recycle/ riuse), concentrandosi su valori oltre il contingente. È qui che la fede può accelerare la nostra conversione ecologica grazie alla relazione spirituale tra Creatore e creature, unica via per il futuro dell’umanità (e delle rane!).
(Simonetta Blasi, rivista SE VUOI 5/2023)
