Come controllare  la VIOLENZA e la RABBIA? 

di Giuseppe Savagnone

Viviamo in quella che è stata definita «l’età della rabbia». Certo, la rabbia non l’abbiamo inventata noi. Questo sentimento è da sempre una componente importante della sfera emotiva degli esseri umani. Ma oggi esso condiziona, forse come mai prima, il clima delle relazioni umane a livello sia pubblico che privato.  Per quanto riguarda l’ambito pubblico, molti osservatori individuano nella rabbia la molla del populismo. Di questa rabbia “politica” hanno traboccato e continuano a traboccare i social, dove tanti che fino ad ora si erano disinteressati della cosa pubblica, manifestano appassionatamente la propria opinione su situazioni e su persone, magari insultando e maledicendo, ma almeno partecipando. 

Da questo punto di vista la rabbia non va sempre e comunque demonizzata. Anche Tommaso d’Aquino invita a distinguere tra quella irrazionale, che va collegata al vizio capitale chiamato «ira», e quella che invece esprime una passione legittima di fronte alle ingiustizie e alle aggressioni subìte da noi o da altri. «Et haec ira est bona», “e questa rabbia è buona”, dice Tommaso, tanto che non provarla è altrettanto sbagliato che provarla a sproposito. Il problema, allora, non è di denunciare la rabbia del populismo e dei suoi sostenitori, ma di recuperarne l’anima di validità cercando di purificarla dalle sue troppe scorie di disinformazione, violenza e presunzione. 

Un fenomeno che si pone al confine tra pubblico e privato è la grande rabbia che è montata nel mondo femminile di fronte alle prevaricazioni di ordine sessuale subìte dai maschi. Di questa rabbia si è fatto portavoce il movimento #MeToo. E’ spontanea l’analogia con la rabbia sollevatasi nei confronti delle istituzioni della Chiesa cattolica, responsabili, direttamente o indirettamente (con la copertura offerta ai colpevoli) di gravi atti di pedofilia, tanto più odiosi quanto maggiore era la fiducia dei genitori nei confronti dei ministri di Dio che se ne erano resi colpevoli. Anche in questi casi, le parole di san Tommaso sulla «buona ira» non possono non tornare alla mente. Il problema non è di non arrabbiarsi – anche l’indifferenza è un vizio! -, ma di farlo quando le circostanze lo richiedono e nei modi appropriati. Anche Gesù si è arrabbiato contro i venditori del tempio. 

Ancora una volta, dunque, si tratta non di censurare la rabbia, bensì di purificarla da ciò che la rende ingiusta e distruttiva, per liberarne le energie positive. E questo vale anche per l’immenso campo delle nostre “arrabbiature” nella vita privata di ogni giorno. A tutti questi livelli, senza rabbia non si va da nessuna parte, purché, però, non sia essa a dominare noi, accecando la nostra mente e facendo scadere la qualità delle nostre emozioni, ma noi a renderla degna della nostra umanità. 

Come operare, però, questo sforzo complesso, che deve essere al tempo stesso di discernimento (a livello intellettuale) e di superamento degli stati d’animo negativi (a livello emotivo)? 

Una strada è quella dell’empatia. Con questo termine si indica la capacità di “mettersi nei panni” dell’altro, provando a guardare e “patire” le situazioni dall’interno del suo punto di vista. Invece di proiettare sul volto di chi ci sta davanti la maschera negativa che noi ce ne siamo formati ed entro cui leggiamo ogni sua parola e ogni suo comportamento, cerchiamo di immaginare cosa sta provando, quali sono le sue paure, i suoi desideri, le sue frustrazioni. 

Il “nemico” forse si rivelerà, in questa diversa luce, un poveraccio come noi, magari vittima più di quanto lo siamo noi di meccanismi perversi che dovremmo imparare a combattere insieme, invece di aggredirci a vicenda. E, comunque, se c’è l’empatia, il nostro conflitto non degenererà, come purtroppo spesso accade, nella violenza. Perché le due cose, spesso a torto identificate, non solo non coincidono, ma si escludono reciprocamente. Il conflitto è una contrapposizione all’altro che ne suppone l’identità e la presenza. Nel conflitto ci si deve misurare con chi è diverso e prendere atto della sua diversità, imparando a conoscerla e, in una certa misura, rimettendosi in discussione. La violenza comincia quando non si riesce a gestire il conflitto e a sopportare l’esistenza dell’altro. Caino (cf Genesi 4,1-16) a un certo punto non resse il conflitto che aveva con suo fratello Abele… 

Si può chiudere il conflitto in molti modi: uccidendo fisicamente, mandando in esilio, escludendo emotivamente… Questo segna il confine tra la rabbia “buona” e quella “cattiva” che, come dice l’episodio di Caino, distrugge, insieme all’altro, anche chi la sfoga ciecamente con la violenza. Certo, davanti a una situazione che ci fa arrabbiare, non possiamo raggiungere un equilibrio interiore senza concederci un tempo di destabilizzazione, in cui le pulsioni negative devono essere semplicemente riconosciute e calmate, e lasciate sfogare senza prenderle troppo sul serio. L’importante è la consapevolezza che la meta è mantenere il conflitto nella prospettiva dell’empatia, senza farlo degradare nella violenza. 

Il viaggio dalla rabbia “cattiva” a quella “buona” può anche essere lungo e faticoso. Ma ci rende umani. 

(da SE VUOI 6/2019)