UNA STORIA CHE PARLA
ANCHE DI NOI

Nel mondo antico era dif­fuso un proverbio che di­ceva che non si poteva dire di conoscere una persona finché non si fosse condiviso con lei un grande quantitativo di sale, cioè non si fosse mangiato insieme molte volte. Quando ho letto per la prima volta quest’aneddoto mi è subito tornata in mente la storia di Gesù e tutte quelle volte in cui si è circondato di gente amata e con lei ha con­diviso la tavola.

In tutti questi anni di ministero ho sempre custodito il desiderio si­lente di scrivere qualcosa che parlasse della vita della gente che era in­torno a Gesù, che gli era amica. Quella vita intima, segreta, che traspare tra le pieghe del Vangelo, ma che talvolta ci sfugge quasi involontariamente. Ho sempre cammi­nato e continuo a camminare con la voglia di immaginare le piccole gioie quotidiane di questi uomini e queste donne, ma anche il loro modo di reagire alle fatiche, di stare nel do­lore, i loro riti, le loro speranze. Mi ha sempre stupito avere la conferma di come Gesù abbia scelto queste persone una ad una, con le loro fragilità, le loro al­ture e le loro profondità: Giacomo, Giovanni, Pie­tro, quei discepoli così vicini che Gesù vuole al suo fianco in tutti i mo­menti più intimi e intensi; Maddalena, apostola degli apostoli, che dap­prima piange perché non riconosce il Suo Si­gnore e poi si sente chia­mata per nome e non solo Lo riconosce, ma si rico­nosce; Tommaso che fa­tica a credere, Marta, Maria, Lazzaro, che con Lui condividono la tavola, le faccende, la Parola. E come loro, tanti altri, che hanno avuto il privilegio di custodire un mistero che è solo degli amici e che nessun racconto può replicare.

È così, dunque ancora, che mi piace ricordare la vita dei discepoli – come AMICI, quali erano, proprio per volere del Si­gnore.
Nel Vangelo di Giovanni (Gv 15,15) è proprio Lui ad avere l’ardore di ren­dere voce quel legame di bene che Lo univa a que­gli uomini: “… vi ho chia­mato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi”. Parole che sono carezza e rivelazione, presente e futuro. Parole che hanno il sapore della confidenza, della fiducia piena. Parole che sono la voce di chi ha condiviso con gli stessi piedi, pane e polvere, fatica dei passi e gioia del cuore. Parole che lasciano intravedere la vita vera dei discepoli, come luce tra le fessure.

Li immagino, giovani e anziani, vivere in una fra­ternità semplice e talvolta disordinata: forse si svegliavano presto, cer­cando l’acqua per lavarsi e per preparare qualcosa da mangiare; a volte il pane era poco, altre volte qualcuno lo offriva lungo la strada. Pregavano in­sieme, secondo le antiche parole del popolo d’Israele, ma imparavano, giorno dopo giorno, a pregare con parole nuove, con il “Padre no­stro” che Gesù aveva in­segnato loro. Avevano i loro riti, i loro piccoli gesti quotidiani: un fuoco acceso al tramonto, il si­lenzio dopo le parabole, il modo in cui si guarda­vano quando Gesù par­lava e il cuore bruciava dentro. C’erano momenti di entusiasmo e c’erano le sere di dubbio e c’erano forse gli abbracci consolatori e le pacche sulle spalle. I discepoli erano amici, davvero. Non solo seguaci. Condivide­vano tutto: la fame, la strada, la paura, e anche quella gioia inspiegabile che li univa ogni volta che Gesù li chiamava “fratelli”. Imparavano l’uno dall’altro: Pietro, col suo essere talvolta impetuoso; Giovanni, con la sua tenerezza; Giacomo, con il suo ardore; Tommaso, con le sue domande.
C’erano momenti in cui si scontravano, si corregge­vano, si riconciliavano. Come in ogni vera amicizia, anche tra loro non mancavano le ferite, ma erano ferite che il perdono trasformava in forza. E Gesù stava con loro. Non si nascondeva dietro la sua divinità, ma si fece si­mile agli uomini anche in questo: lasciava che po­tessero vederlo stanco, affaticato dal cammino, commosso davanti a chi soffriva; sapeva ridere con loro – sì, ridere dav­vero – delle piccole cose della vita.

Ed ecco che il Salmo 133 in cui cantiamo: “Ecco, com’è bello e com’è dolce che i fratelli vivano insieme!” si fa concreto, vivo, tangibile, nella vita di Gesù e anche nella nostra, se solo provassimo a far assomigliare le nostre re­lazioni amicali a questa fraternità.
Gesù ha scelto i suoi amici con cura tra chi sa­peva lasciarsi amare e quando li ha chiamati “amici”, ha consegnato loro e a noi la chiave più profonda della relazione con Dio e con gli altri: non si è amici perché si comprende tutto, sem­pre, ma perché si resta, anche quando non si capisce, anche quando è dura e perché, condivi­dendo un pezzo di strada insieme, o tanto sale, la sensazione di esser meno soli su questa terra si fa beatitudine.

(Tony Drazza, rivista SE VUOI 1/2026)