“FARE LA STORIA”

(Fratelli Tutti,116)

 

 

 

 

La tematica di quest’anno proposta dall’Ufficio Nazio­nale per la pasto­rale delle vocazioni vuole essere il terzo passo di un itinerario che ha inteso inquadrare e mettere a fuoco alcuni elementi cardine di tutte le vocazioni che derivano dal Battesimo. Se la vocazione nasce dall’incontro perso­nale con il Signore Gesù, la sua vita e la sua Parola che è riconosciuta come una promessa – «Datevi al meglio della vita» (Chri­stus vivit, 143) era il 2020 – l’anno successivo si è voluto convergere sull’idea che la vocazione non  è singolare ma personale, non è mai soltanto “la mia vocazione” ma si compie sempre e neces­sariamente insieme a qualcun altro: «La santifi­cazione [infatti] è un cam­mino comunitario da fare a due a due» (Gaudete et exsultate, 141). Si pensi alla vocazione matrimoniale ma anche alla dimensione radicalmente costitutiva del presbité­rio nella vocazione al presbiterato o all’apparte­nenza a un istituto o una comunità nella vita con­sacrata.

Quest’anno, intendiamo riscoprire la vocazione come responsabilità, come quella capacità di ri­spondere che è presente nella persona e che si realizza nello spendere la vita “per qualcuno” a ser­vizio: la vocazione è la vita spesa per amore di qualcuno, per nulla di meno.
Non serve scomodare il pensiero di Ignazio di Lo­yola per riconoscere che «l’amore dev’essere messo più nei fatti che nelle parole»; ognuno può fare esperienza della verità di questo sapore del tutto evangelico e del tutto vocazionale: «Non chi dice Signore, Signore entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7,21).

La volontà del Signore, cioè amare, si fa. Nel senso transitivo del termine, si fa, ossia: si va compiendo, è in via di realiz­zazione, si costruisce, cresce, matura. Non da sola, però, non senza l’apporto personale di ciascuno con la sua particolare vo­cazione, le sue energie, la sua creatività buona, le sue intuizioni di bene perché il Creatore ci ha vo­luto nella storia non come spettatori ma come protagonisti, cooperatori della sua opera affin­ché la possiamo dire anche nostra.

La storia si fa ma anche si disfa.
Come una tela può essere tessuta ma anche disfatta ed è que­sto il punto nel quale si gioca la propria respon­sabilità. La direzione che costruisce la storia è indi­cata dalla sua fine che è il Regno di Dio, la Gerusa­lemme nuova: la carità – che rimane – l’amore è il verso nel quale la storia si costruisce, l’odio, il suo contrario la smonta.
Fare è un verbo generico che si usa in moltissime declinazioni ma è una parola che indica concretezza, manualità, creatività, coinvolgimento, tempo, energie. Chiede di non stare a guardare di pren­dere l’iniziativa (cf Gau­dete et exsultate, 16), di schierarsi, di non rimanere neutrali, di non stare sdraiati sul divano (cf Christus vivit, 143). La vocazione, come la vita, non accadrà, non scen­derà dal cielo già tutta compiuta, come un pro­getto pronto e confezio­nato in ogni dettaglio dalle mani di Dio. Tale pro­getto non esiste, la ricerca vocazionale e il suo discernimento chiede quella abilità a rispondere che coinvolge il sentire, il ve­dere, la libertà, le mani, i piedi, fare, vivere.
Attenzione a non decli­nare tutto questo in mero attivismo: fare la sto­ria – fare la vocazione – significa immergersi nell’oggi, accompagnati dai normali timori e paure, per ascoltarne gli appelli, per intuire nei rivoli del tempo la voce dello Spi­rito che invita e domanda una risposta.

Sono là, nella realtà, i luoghi e i volti delle persone per le quali e insieme alle quali riconoscere la pos­sibilità di donare la vita per amore, di spenderla, versarla perché possa diventare vita a sua volta, generare nuova storia, portare avanti il Regno di Dio, un altro pezzetto, un passo ulteriore, quello che ci compete. Attenzione anche a non pen­sare che “fare la storia” sia sinonimo di “diven­tare qualcuno”.
La vocazione parte da quella sperimentata li­bertà che viene dal Bat­tesimo, dal sapersi riconosciuti e conosciuti come figlie e figli amati, unica direzione – questa – che libera dalla brama di guadagnare ad ogni costo un posto al sole.
Fare la storia, compiere la propria vocazione in­sieme agli altri è acqui­sire la giusta misura di sé, sapere di poter com­piere il bene, oggi, in quel fazzoletto di terra che è l’unico luogo pro­pizio nel quale seminare le proprie energie, la propria vita per il bene, nella vita di Dio.
Il luogo in cui viviamo è lo spazio per fare la sto­ria, qui e non altrove. La vocazione si fa nel con­creto di un presbiterio, di una comunità di vita consacrata, di una deter­minata missione, di una comunità monastica, di una consacrazione a ser­vizio di una precisa Chiesa locale, di persone con-crete – non nella teoria o nell’ideale – di una realtà nella quale si è colto l’in­vito a dare la vita.

(Michele Gianola, rivista SE VUOI 2/2022)