Insignificanti o speciali?
Rispetto a un bruco o a una formica siamo dei giganti; rispetto a un quark siamo un universo intero; rispetto al Sole, alla Via Lattea, agli ammassi di galassie, all’intero universo siamo una nullità, polvere sparsa qua e là, con grandi distanze tra stelle e galassie, ma sempre e solo polvere.
Qualcosa ci dice che noi siamo più del nostro corpo: pensiamo, desideriamo, crediamo in qualcosa o in qualcuno, progettiamo, speriamo, amiamo, ci muoviamo anche fuori dalla Terra. Ci distinguiamo anche perché, così come facciamo cose belle e buone, siamo altrettanto capaci di farne di brutte, di cattive e anche di orribili.
Siamo allora “speciali, unici” in questo immenso universo?
Lo vorremmo, ci piacerebbe, ma non lo possiamo dire. Sì, non lo sappiamo perché non sappiamo se siamo soli nell’universo; non sappiamo se la vita conosce altre espressioni oltre a quella basata sul carbonio che c’è qui da noi, o se la vita può vivere e svilupparsi in un’atmosfera di metano o di anidride carbonica…
Eppure ci urge sapere chi siamo, cosa siamo, quanto siamo speciali o banali, straordinari o esseri comuni.
Se guardiamo in alto ci si apre un mondo infinito: l’azzurro del cielo (che non è azzurro), la luce delle stelle (che è di tutti i colori e di tutti i suoni) e con questa infinita varietà ci sentiamo un po’ in sintonia. Ci stiamo bene in quell’immensità: c’è aria, c’è respiro, c’è sogno, c’è progetto, c’è vitalità ed energia, ma c’è anche tanto vuoto, davvero tanto; ci sono anche tanti pericoli per noi “cuccioli” dell’universo.
Dritto, di fronte a noi, negli occhi di qualcuno, scopriamo invece un altro universo simile, ma non identico al nostro almeno nei dettagli, e ci fa sentire consanguinei, collegati, connessi, non soli. E scopriamo che guardare due occhi non dà le stesse sensazioni che dà guardare il cielo, c’è qualcosa di diverso, di più dolce, armonioso, forte, intenso, qualcosa che solo occhi umani possono trasmettere e ricevere: la stessa luce che riempie il cielo, ma che trasporta molte più informazioni che hanno poco di scientifico e molto di… umano!
Tutto questo, dal più grande al più piccolo, ci è dato, regalato, da custodire, coltivare, contemplare e da ringraziare. Credo che questi verbi siano quelli che fanno la differenza, perché chiedono qualcosa di personale, che ognuno di noi fa in maniera diversa, personalizzata, e solo mettendo insieme tutte le sensazioni, le riflessioni, gli sguardi di tutti possiamo farci una idea di cosa c’è fuori di noi, vicino o lontano, e di come è.
Proviamo a chiederci – una sola volta – come fa un intero universo, miliardi di miliardi di stelle e di galassie, di fiori, piante, frutti, fiumi, persone… a stare dentro al nostro cervello: non vi sembra strano?
Sopra e sotto di noi c’è un mondo da guardare, da contemplare, da amare: vi pare poco?! Se vi è mai capitato di amare qualcuno sapete di cosa sto parlando e quando si ama si è sempre alla ricerca dell’amato, della fonte dell’amore. Ma sia in cielo che in terra, dove sta la fonte dell’amore? Come la posso trovare? Le risposte possibili sono due: o sono io, ma so bene di non essere così potente da creare e da amare tutto e tutti senza limiti, oppure c’è uno più grande di me, “grande” perché per lui tutto è “più”, ed è capace per sua natura di tutto questo, sempre e solo al massimo dei livelli. Ciascuno di noi, a seconda delle sue radici, gli dà un nome diverso, ma dietro a tanti nomi c’è un’unica essenza e noi cristiani lo chiamiamo Dio, perché così si è rivelato lui stesso diventando come noi, uno di noi e se lui ha fatto questo allora non solo lui è grandissimo ma anche noi, …e almeno un po’, speciali lo siamo!
(Alessandro Omizzolo, rivista SE VUOI 1/2025)
