Tra sogni e aspettative

IL CORAGGIO DI ESSERE SE STESSI

Ma si può capire cosa ti aspetti da me? Come vuoi che io sia? Diverso da te o come te? Me stesso fino in fondo o riflesso di un tuo sentire? Ma allora è la mia volontà o la vostra? E se scegliessi di cambiare strada? Il mio valore di­pende da questo? O da quanto riesco ad aspet­tare? E se i sogni dei miei genitori non combaciano con i miei? I tempi della società, i ritmi, il calendario biologico, le tappe, devo starci den­tro o posso uscire dai margini? E se ciò che io sogno, non è ciò che è stato pensato per me? E se scelgo, ma non vengo scelto? E se sbaglio strada, tempi, numeri? Se non prendo la coincidenza con i treni della vita?
Quante domande come queste vi siete posti almeno una volta nella vostra giovane esistenza?
Gli psicologi sono stati precisi: se volessimo de­finire i giovani d’oggi in quattro parole che fun­gono da scenografia al palcoscenico sul quale ciascuno presenta il proprio atto, queste parole sarebbero “aspettativa, performance, risultato e falli­mento”.
Molto spesso mi capita di dialogare, negli incontri che tengo in giro per l’Italia, con maestre e professori, i quali hanno bene la temperatura di questo tempo. Una maestra, ad esempio, raccontava di una consegna lasciata a una classe di quinta pri­maria nella quale chie­deva di raccontare un sogno grande per cui sa­rebbero stati pronti a spendersi fino all’ultima goccia. Stupenda la ri­sposta di una bimba che, quasi timorosa del suo agire e vergognosa del suo sentire, rispose: “Cre­scere bene”, così senza mezzi termini, ma dritta al cuore di tutti; un tan­tino meno felice la rispo­sta di un’altra ragazza, che portava su di sé il di­segno dei suoi genitori: “Vorrei studiare, fare l’uni­versità, ma forse è meglio che segua il desiderio dei miei genitori e lasci per­dere tutto”.
La stessa consegna merita di esser posta a qual­siasi età, perché i sogni, grazie a Dio cambiano, si evolvono oppure si raf­forzano, trovano energia, linfa e sono una cosa seria. La scuola dev’essere il posto in cui coraggio, sogni e verità battono aspettativa, performance e risultato, non a disca­pito del fallimento, ma nella benedizione del fal­limento.
Ed ecco un altro racconto che mi è stato affidato tempo fa, da un profes­sore di liceo, uno che an­cora scrive a mano le note sul diario, che ricorda i compleanni degli stu­denti e che sa quando una felpa tirata sul capo nasconde solo un raf­freddore o una delusione troppo grande.
Mi raccontava, con un misto di commozione e in­credulità, di un ragazzo della sua quarta liceo. Un giorno, durante un com­pito in classe, un alunno alzò la mano e chiese: “Prof, ho finito il tema, ma vorrei aggiungere qual­cosa che forse non è così importante, ma che sento di dover scrivere.” Il pro­fessore, incuriosito, glielo concesse. Alla correzione, sul retro, trovò un messaggio. Non per l’in­segnante, non per un compagno, ma per se stesso. Una sorta di ma­nifesto, una presa di po­sizione, un monito. “Non voglio essere perfetto. Non voglio essere il primo. Vo­glio essere felice. Se sba­glierò, sarò comunque io a sbagliare. Voglio poter dire che sono stato parte­cipe della mia vita, non solo un sì obbediente nel progetto di qualcun altro”.
Una maturità che quasi spiazza, in un’età dove spesso si è stretti tra il bi­sogno di approvazione e il terrore di deludere. Eppure, nello stesso giorno, nello stesso compito, un’altra studentessa aveva scritto con lucidità ta­gliente: “Voglio fare medicina, perché non posso deludere chi ha investito tanto su di me. Il mio sogno? Forse lo avevo, ma è meglio non ricordarsene troppo, altrimenti si rischia di fare scelte sba­gliate”.
Vite che si incrociano nello stesso banco, nello stesso momento, con spinte così diverse. Da una parte il coraggio di dichiararsi liberi, anche nel ri­schio, anche nella possi­bilità del fallimento. Dall’altra, il peso della grati­tudine, che a volte diventa gabbia, pur partendo da un luogo d’amore.
E allora cosa resta a noi adulti, a noi educatori, genitori, fratelli maggiori? Forse non tanto la risposta pronta, quanto la capacità di tenere aperto lo spazio del dialogo, dello stupore, dell’attesa. Di essere testimoni di scelte autentiche, anche quando non ci rispec­chiano. Di insegnare che il valore di una vita non sta nell’aderenza a un modello, ma nel corag­gio di cercare la propria strada. E magari, ogni tanto, nell’essere lì a dire: “Vai, io ci sono, qualsiasi sia la direzione”.

E voi, giovani uomini e giovani donne, come po­tete sbrogliare questi nodi, risolvere questi enigmi tra le vostre vibrazioni e ciò che gli altri si aspettano da voi? Guar­date a Dio e ricordate che Lui non si impone come una voce più forte delle altre, ma si insinua come una domanda buona: “Chi vuoi essere tu davvero?”, non pretende il risultato, ma cam­mina nel deserto con chi cerca e ama prima an­cora che tu faccia, che tu vinca o che tu perda.

(Tony Drazza, rivista SE VUOI 5/2025)