Il dono del TEMPO

Oggigiorno ci confrontiamo con una società frenetica, accelerata. È l’era della comunicazione e degli spostamenti rapidi: basti pensare alla diffusione delle informazioni nel mondo virtuale o alla circolazione delle persone nel mondo globalizzato. Le giornate sono scandite da agende fittissime che impongono ritmi incessanti, senza sosta. Viviamo però un paradosso. Le persone, e specialmente i giovani, corrono come macchine per rispondere alle molteplici richieste che provengono dall’ambiente, ma tirano il freno a mano quando si tratta di fare le scelte importanti dell’età adulta, come sposarsi e avere figli. Nel passato accadeva il contrario: il ritmo di vita era più lento, gli stimoli a cui si era sottoposti e le possibilità di scelta erano inferiori, eppure le tappe significative della vita venivano conquistate con maggior velocità.

Perché accade questa inversione di tendenze? Perché la frenesia non è un codice che appartiene alla vita umana: ci spinge a tenerci occupati quasi ossessivamente in molteplici attività, a ricercare gratificazioni immediate, ma nonostante crei circostanze adrenaliniche e apparentemente confortevoli, ci tiene lontani da noi stessi e dai nostri desideri profondi e ci distrae dal porci le domande più grandi. “Sono felice?”, “In che direzione sto andando?”, “Cosa desidero intimamente dalla vita?”. La frenesia, a ben pensarci, ci pone in una posizione passiva, in balìa degli eventi, scarsamente padroni di noi stessi.

Come, dunque, rallentare la corsa?
Siamo chiamati a coltivare L’ATTESA come momento di preparazione in cui le cose si fanno mature, secondo i ritmi propri della natura umana.
Siamo chiamati a riscoprire la virtù della PAZIENZA che ci richiede di “stare” nelle cose, impedendo che ci sfuggano via. La persona paziente esercita attivamente la padronanza di sé, è orientata dal principio della gradualità, per cui “ogni cosa ha il suo tempo” – da ben distinguere da un atteggiamento lento nel senso di “inconcludente”, che non porta al traguardo di un’esistenza realizzata. Scopriremo, infatti, e sorprendentemente, che mentre la frenesia ci rende consumatori inerti di tempo e ci spinge a procrastinare le decisioni importanti, la pazienza ci aiuta a scorgere il senso più profondo delle cose, accende in noi la passione e ci spinge a rischiare la vita vera, fatta di scelte vincolanti e impegnative. In altre parole, una vita accelerata e “piena nel senso di colma” ci dà l’ingannevole sensazione di poter sfuggire al nostro vuoto, alla nostra mancanza, al nostro limite in quanto umani, ma è proprio quando sostiamo dentro quel vuoto che cogliamo il significato di un’esistenza “piena nel senso di compiuta”.
Se la frenesia tende a farci narcisisticamente ripiegare su noi stessi, la pazienza ci aiuta a puntare lo sguardo fuori, verso una meta e un obiettivo che ha per noi valore, e ad aprirci agli altri.
E, in fondo, come valutiamo la qualità del tempo che viviamo se non attraverso le storie che andiamo intrecciando con gli altri per noi significativi? Il tempo, come tutte le dimensioni dell’umano, parla un linguaggio relazionale, ha una misura relazionale. Come già scriveva Seneca al suo amico Lucillo, darsi tempo è un “dono a se stessi” in quanto consente di ritrovare le proprie priorità ed è anche un “dono di se stessi” quando è dedicato agli altri. In altre parole, il tempo è la misura della cura che si nutre per sé e per gli altri. Un messaggio sempre attuale.

(Elena Canzi, rivista SE VUOI 6/2022)