Il Perdono

(di Gianfranco Testa – Università del Perdono)

Sembra un tema lontano dall’esperienza di vita di un ragazzo, ma è sufficiente domandare: “Hai qualche ferita nella tua vita?” e gli occhi di un giovane, di una giovane esprimono subito un senso di ansietà, ma anche la voglia di liberarsi, di guarire.

Il perdono è proprio questo: liberarsi, guarire
Ma come si fa? Prima di tutto convincersi che girare il coltello nella ferita non serve a nulla, anzi, aumenta lo stato di angoscia e di depressione. L’azione più intelligente è liberarci dal rancore che nasce dall’ingiustizia ricevuta e che causa frustrazione e perdita di autostima.

Un tradimento, una violazione, una violenza psicologica, fisica, verbale o morale non li devo perdonare. Sono un male, a volte un male assoluto. E neppure devo perdonare chi li ha commessi. Ciò che devo fare è prendermi cura di me, della mia ferita e cercare di guarire. Abbiamo il diritto ad avere rabbia, ma mantenere la rabbia e trasformarla in volontà di vendetta non ci serve. Finché manteniamo in noi questi risentimenti rimaniamo legati al nostro aggressore, dipendiamo da lui. Se ci vogliamo liberare, e vogliamo costruire il nostro futuro non dobbiamo lasciarci condizionare troppo da nessuno e dal passato. È vero che siamo stati delle vittime, ma il mantenerci nel ruolo di vittime dipende anche da noi, e ce ne possiamo liberare.

Un secondo passo consiste nel decidere di perdonare. Il perdono non è infatti una emozione, ma un atto di volontà, frutto di una scelta e di una decisione consapevole. Non è facile perdonare e non ci sono delle ricette prestabilite. Ognuno ha il suo ritmo di guarigione, i suoi tempi, che devono essere rispettati. Certamente il perdono più difficile è perdonare se stessi. Abbiamo in noi un certo senso di perfezione per cui non accettiamo di esserci sbagliati o, a volte, cadiamo in una depressione così forte da pensare di non trovare più nessuna via di uscita. Né il rimorso né il perfezionismo ci aiutano. Accogliamoci così come siamo, convinti che nessuno è semplicemente il suo errore. Non siamo solo il nostro passato, ma anche il nostro presente e il nostro futuro. Questa convinzione ci permette di non mettere delle etichette agli altri e nemmeno a noi stessi. Il ladro, l’assassino, lo spacciatore… sono persone che rubano, uccidono, spacciano, persone che non perdono mai la loro dignità. Non si tratta di ignorare quanto è stato commesso, ma di assumerne la responsabilità, cercando di riparare e di offrire a se stessi e agli altri la possibilità del cambiamento.

Allora arriviamo al terzo momento, quando non giustificando quanto è successo, cerchiamo di comprendere la persona che ci ha ferito. Umanizzare il proprio avversario è umanizzare anche noi stessi. Nella fragilità vicendevole nasce la compassione, che genera il perdono, che guarisce. Non cerchiamo ancora la riconciliazione con il nemico, ma sentiamo che quella o quelle persone sono ora già presenti in modo virtuale. Dal momento che la rabbia e l’odio, che ci dominavano, li sappiamo gestire in modo significativo, aperti all’empatia e all’ascolto attivo, non ci sentiamo più legati o dipendenti da nessuno. È vero che i fatti negativi, anche se superati, lasciano sempre qualche traccia in noi, ma non si tratta più di ferite aperte, bensì di cicatrici, segni di un dolore ormai sopportabile. E anche i fatti negativi diventano dei vissuti esistenziali e positivi per la nostra formazione e maturazione.

In quanto tempo possiamo realizzare questo cammino del perdono? Siamo convinti che non ci sono delle formule o delle ricette per cui, compiuti un determinato numero di passi, si arrivi alla meta. C’è un percorso, ma il suo compimento è personale. Per alcune persone, situazioni che si possono considerare come relative, diventano delle difficoltà quasi insuperabili perché, oltre al fatto in sé, giocano altri elementi. Se l’offesa l’ho ricevuta da una persona cara, da chi non me l’aspettavo, in un momento di debolezza fisica o spirituale… evidentemente il perdono diventa più arduo. Allora ci metteremo più tempo: mesi o anche anni, ma sappiamo che la meta è sempre il perdono, perché si tratta di una realtà che ci serve, che ci fa stare bene, che ci libera, migliora la nostra autostima e la nostra relazione con gli altri.
Il perdono offerto a chi ci ha offeso lo chiamiamo riconciliazione.

La riconciliazione

Che cosa si intende, quindi, per riconciliazione? È camminare su un ponte, che ha bisogno di solidi pilastri. E si richiede la volontà delle due persone, la vittima e l’offensore, di incontrarsi. Se il Perdono è sempre possibile, perché ci conviene, la Riconciliazione esige delle condizioni per essere solida. Esaminiamo quindi i pilastri che sostengono la Riconciliazione. 

Il primo è la Memoria. Non si costruisce la riconciliazione sul nulla: qualcosa è avvenuto e lo dobbiamo esaminare. Se la riconciliazione è tra persone, tra gruppi o anche a livello nazionale, come è avvenuto in Sudafrica, in Perù o in Croazia, è necessario partire sempre dall’esame dei fatti. La Memoria non significa solo ricordare, ma anche ricostruire e soprattutto prendere una posizione etica per cui alla fine si dice: Mai più, questo non può più succedere. È la conclusione logica e necessaria, alla fine della giornata della Shoah, quando si ricorda il fatto mostruoso della distruzione di un popolo o di categorie di persone, come i disabili e gli omosessuali. Questo non succederà più perché tutti ci ribelliamo di fronte a simili situazioni. 

Il secondo pilastro è quello della Verità. Non si tratta tanto della verità dei fatti, già in parte esaminati nel primo momento, ma della verità delle relazioni, cioè della sincerità tra le persone. Non è possibile costruire la Riconciliane a base di inganni, anche se questo avviene sovente. Un coniuge pentito, senza essere disposto a cambiare di vita; una pace firmata tra due popoli, che non è altro che una tregua, magari per riprendere le ostilità con più forza, sono esempi di mancanza di verità. È bene non fidarsi di atteggiamenti insinceri, che ricuciono amicizie inconsistenti. La Riconciliazione, in questo caso, è una parola vuota.

Se il ponte non è crollato possiamo passare a un terzo momento, quello della Giustizia. Che cosa è la giustizia? Qual è la finalità della giustizia? Qual è la giustizia necessaria per la riconciliazione? In mente abbiamo scolpita la giustizia retributiva, che fa dare un premio ai buoni e un castigo ai cattivi. Per molti è la giustizia giusta. Anzi, quanto più il castigo è grande, maggiore è la giustizia. La finalità della giustizia è il castigo? Di fronte a una offesa è necessario che il colpevole assuma la propria responsabilità e ripari il danno. A volte è sufficiente chiedere sinceramente scusa, a volte è necessario un gesto riparatore, che riesca a mettere in equilibrio la relazione tra le persone. Oggi, anche a livello giudiziale, sta prendendo piede, in certi casi, quella che si chiama la giustizia riparativa o restaurativa. Lo scopo della giustizia non è la ricerca del castigo in sé, ma la restaurazione dei diritti della vittima e il ricupero della dignità del colpevole.

Finalmente è necessario guardare al futuro: d’ora in poi come ci vogliamo relazionare? È il pilastro del Patto o Accordo per poter continuare una relazione in modo costruttivo. Per mezzo dell’accordo nessuno si sente vincitore o sconfitto, ma ognuno trova motivi sufficienti per mantenere un rapporto di stima e di fiducia. Gli accordi possono avere una profondità più o meno rilevante, per cui ci possono essere degli accordi di coesistenza, quando i rapporti sono minimi, ma non c’è nessun tipo di aggressione; degli accordi di convivenza, quando si condividono alcuni aspetti della vita, magari si vive sotto lo stesso tetto, senza condividere granché di se  stessi; e accordi di comunione per cui tutto si progetta, si realizza, si valuta insieme. Proviamo a domandarci: nella mia famiglia qual è l’accordo più sperimentato? In ogni caso, anche se, in teoria, la comunione di vita è il sogno per tutti, nella pratica, l’accordo migliore è quello possibile

In conclusione: dopo avere vissuto, a volte con qualche difficoltà, la gioia del perdono, ci avviamo verso la riconciliazione ponendo con chiarezza le condizioni della memoria, la verità, la giustizia e un patto serio. Se la riconciliazione risulterà impossibile, perché manca la volontà o qualcuna delle condizioni, allora è bene ricordare che anche una buona separazione è una forma di riconciliazione. Se quell’amicizia non si può ricostruire, se quella relazione familiare è diventata impossibile, se quella convivenza risulta negativa, ognuno ricuperi la propria libertà e rispetti la libertà dell’altra persona. Anche questa è una forma di riconciliazione.