L’ AI quando serve

Nel modelli­smo, ma non solo, esistono degli strumentini preziosi che si chia­mano servocomandi. Sono piccoli “scato­lotti” con motorini che, innescati, muo­vono qualche cosa. Uno sterzo, un braccio robotico, una valvola. A comando servono. Sono schiavi meccanici. Servi, muti ed efficienti.
Forse queste pa­role un po’ ci disturbano: schiavi, servi. Sanno di violenza, riportano a un tempo che speriamo passato, hanno il sapore amaro della morte e dell’ingiustizia. Ma se dico che una macchina deve essere schiava dell’umano questa espressione su­scita in te le medesime reazioni negative? Forse sì. Più queste espres­sioni ti disturbano più rischi di essere, come tanti, sopraffatto da quello che viene defi­nito pensiero magico. Esso consiste nel rive­stire la macchina di fat­tezze umane, di caratteristiche umane, e in­consciamente di diritti umani.
La schiavitù giusta­mente ci fa orrore. Ma dire che una macchina deve essere soggio­gata al volere umano non dovrebbe. Perché lo affermo? Perché l’al­ternativa alla macchina schiava è l’umano as­servito ad essa. Suona un po’ da film di fanta­scienza, e in effetti l’arte del cinema non evoca questi scenari casualmente. Il nostro rap­porto con le macchine, specialmente con le in­telligenze artificiali, è a un punto di svolta, un bivio della storia in cui le scelte sono importanti.

L’essere umano nasce li­bero, e liberato nel bat­tesimo dal fardello più pesante, quello di una struttura interiore di pec­cato che gli impedisce di desiderare e fare il bene, perseguire il bello, amare il buono. L’essere umano costruisce da sempre macchine per es­sere più libero, più capace, più pronto. Meno schiavo dei propri biso­gni e meno costretto dai propri limiti. Vola, comu­nica, guarisce. Ma quando la macchina assume tratti umani e sostituisce l’umano in tante funzioni è chiesto dalla realtà al­l’umano di essere ancora di più se stesso, per man­tenersi libero. Se non possiamo più fare a meno di loro allora significa che ne siamo dipendenti, dunque gli schiavi siamo diventati noi. Se la macchina crea, decide, pensa e agisce al mio posto piano piano sarò an­cora capace o svilupperò mai la capacità di creare, decidere, pensare e agire in modo autonomo?

L’autonomia delle mac­chine è inversamente proporzionale alla mia. Dunque spegniamo tutto? No. Ma regaliamoci un’alternanza di libertà. Se non siamo in grado di spegnere e di accendere autonomamente, se il nostro desiderio sano diventa dipendenza com­pulsiva quale libertà sta comandando? Noi co­struiamo macchine per essere più efficienti e più efficaci. Nel conto dob­biamo però inserire, tanto nella progettazione delle macchine così come nel loro uso, anche un fattore in più. Quello umano. Non come varia­bile potenzialmente im­pazzita, ma come variabile ultima dei nostri scopi. Le macchine tutte e soprattutto quelle che stiamo cominciando a chia­mare intelligenti e creative, devono avere oltre allo scopo specifico per cui sono state costruite, anche uno scopo ultimo, decisivo. Essere sempre a servizio della capacità umana di scegliere di sé.
SOGNO così un video­gioco che dopo una certa quantità di tempo inviti i bambini a giocare anche in modo analogico, a fare sport in un campetto reale e non solo uno spazio virtuale. SOGNO dei social media che non rendano dipendenti, ma aprendo ciascuno di noi al mondo gene­rino il desiderio di ab­bracciare concretamente la carne di qualcuno. SOGNO sistemi che ci aiutino a studiare, erogandoci ripetizioni e fa­cendo riassunti densi di testi complessi, ma che nello stesso tempo ci formino e addestrino a fare le stesse operazioni senza l’assistenza del silicio. SOGNO, DESIDERO e LAVORO affinché tra umano e artificiale vi sia sem­pre e soltanto alleanza. Ove è chiaro chi è umano e chi non lo è. Chi è immagine e somiglianza di Dio e ciò che è stato creato e costruito in forza di questo carattere, ma che non lo possiede se non in figura. DESI­DERO un mondo umano, in cui le macchine siano servi muti di persone che hanno sempre più capacità di parola, per­ché sono libere. Di essere, di esserci. E di spegnere i servocomandi gustando il piacere di vivere nella realtà anche con tutti i nostri splendidi li­miti che ci fanno fratelli e sorelle.

(don Luca Peyron, rivista SE VUOI 3/2024)