La rivoluzione della gentilezza
Posso io, giovane di 26 anni, contribuire alla costruzione della pace? Si dice sempre che la mia generazione sia svogliata, ferma sui social, che non sappia donarsi.
Eppure in questi mesi la mia percezione è stata totalmente diversa, guardando a giovani pronti a mettersi all’opera, a scendere nelle piazze, a darsi da fare. Da questo nasce la mia domanda: è possibile che siamo noi giovani a fare la differenza? Come? Ci hanno insegnato che per ottenere qualcosa bisogna conquistarla, lottare, eppure qualcos’altro è sfuggito di mano, ovvero che l’unico modo per poter realmente fare la nostra parte è spendersi, donarsi in prima persona, ma nel rispetto dell’altro. Da qui nasce il pensiero della possibilità di fare realmente la differenza, ognuno nel suo piccolo, nei suoi gesti quotidiani, attraverso una serie di rivoluzioni, termine che non vuole indicare grandi atti eroici che hanno come scopo il conquistare con la forza un proprio spazio, ma che è da intendere come il moto della Terra che gira attorno al Sole, un atto silenzioso, impercettibile, ma che fa la differenza, donando la possibilità di nuova vita.
La prima è la rivoluzione della GENTILEZZA. Pensando alle guerre, ci verranno sicuramente in mente i grandi conflitti del mondo, ma forse dovremmo partire da un punto di vista diverso, guardando alle piccole guerre che continuiamo personalmente a vivere, tutti quei piccoli atti di violenza che permeano le nostre giornate a causa di incomprensioni, tradimenti, o forse semplicemente ad una mancanza: il mettersi nei panni degli altri. Già il filosofo Aristotele intese la gentilezza come «la disponibilità verso qualcuno nel bisogno, ma in cambio di nulla, non per il vantaggio dell’aiutante stesso, ma per quello della persona aiutata» (Retorica, Libro II, Capitolo 7), mostrando come in realtà la gentilezza agisca su chi la attua, non solo su chi la riceve. Così, nell’atto di essere per l’altro, ci rendiamo conto prima di tutto di essere, e poi di poter essere l’altro. È questo che intendo quando parlo di rivoluzione della gentilezza, quel leggero mettersi a fianco che necessita di abitare i panni dell’altro per poterlo davvero capire.
Essere gentili permette di riscoprire le sensibilità e le fragilità dell’altro, entrare nelle piccole crepe della vita di chi incontriamo, respirare le difficoltà dell’altro, non solo per poterlo aiutare, ma semplicemente per esserci.
Tutto ciò è possibile, però, solo spalancando il cuore all’altro, divincolandoci da ciò che ci lega – che siano paure o atti di egoismo – e imparare a far posto all’altro con gioia e libertà, non con pesantezza.
Questo può portare alla pace? Forse non nell’immediato, ma sicuramente porta a guardare il mondo e l’altro in un modo diverso perché, come dice Don Tonino Bello: «Se, oltre che al Signore, fossimo capaci di dire anche al prossimo: “Il tuo volto, fratello, io cerco. Non nascondermi il tuo volto”, la causa della pace sarebbe risolta» (Omelia del 2 marzo 1986).
(Claudia Nicole Cappiello, rivista SE VUOI 1/2026)
