LAVORO: un ponte tra generazioni
per
costruire opportunità

Allora, quando vi sposate?, Non credete sia il momento di andare a vivere insieme? Ad un figlio non ci state pensando? Io, alla vostra età…. Lo so, a voi giovani, quanto male fanno queste frasi dette dagli adulti.
Lo so, perché dietro a ogni «No, per ora no» detto con la lingua stretta tra i denti, con il cuore a tremila animato dal desiderio di urlare piuttosto che di rispondere con la voce sommessa e un sorriso plastificato, c’è l’incertezza del futuro, la paura del domani, l’instabilità econo­mica, la Partita Iva, il la­voro a tempo determinato, il part-time, le garan­zie inesistenti, i diritti violati. E ancora: contratti che scadono, occupazioni saltuarie, lavori mal retri­buiti, periodi di ozio for­zato, fatica nel vedere vie, impossibilità nel pro­grammare impegni e scelte, i sogni sulle sab­bie mobili, il mutuo da chiedere, una casa da costruire in due, un ma­trimonio da coronare, quel viaggio da fare.
I giovani sono la com­ponente maggioritaria di una nuova classe so­ciale: il precariato. E per tutti coloro i quali non hanno una famiglia alle spalle avente la possibilità di dar loro una mano nel lungo e tortuoso cammino verso un posto di lavoro saldo e perma­nente, la precarietà di­venta una migliore amica, non un’esperienza transitoria, bensì una condi­zione che marca stabil­mente l’inizio della vita adulta e che sembra, pa­radossalmente, la strada migliore.

Mi rendo conto che il ri­schio che si corre, quando si parla di lavoro, è quello di trasformare ogni narrazione in un rac­conto costellato di disavventure professionali, ma nella verità ci vien chie­sto, come adulti, di accor­gerci dei vostri sforzi. Ed io, oggi, voglio provare a farlo con voi.
In un libro di Michele Serra, dal titolo “Gli sdraiati”, edito circa dieci anni fa, già si dipingeva questo mondo come “Un mondo dove i vecchi lavorano e i giovani dormono”. Leg­gerlo, mi ha fatto sobbal­zare dalla sedia. Il percepito dei giovani e dei gio­vani adulti si presenta come una sensazione di profonda solitudine, non solo perché dinanzi ai loro occhi viene profilato un futuro inesistente, senza contributi, risorse, pen­sioni, certezze, ma ancor di più perché avvertono di essere incompresi.
I più grandi continuano a invocare il caro vecchio «ai miei tempi» a dei gio­vani che non sanno ne­anche di cosa si stia parlando perché questa locuzione inneggia a un tempo andato, inesistente; allude a un mondo proficuo solo in quell’epoca, irripetibile, produttore tra l’altro di danni irrepara­bili che oggi, i giovani, stanno pagando.
E allora mi chiedo, ripen­sando alle parole dello scrittore Michele Serra: ma se invece fossimo noi adulti quelli in errore? Se invece i giovani venis­sero da altri “mondi”, da altri cammini, da altri orizzonti, e davanti al no­stro mondo e alle nostre proposte non trovassero di meglio che “dormire”?
Penso che il punto di par­tenza per parlare di “gio­vani e lavoro” sia quello di sederci intorno a un tavolo e analizzare noi, in pri­mis, il nostro sguardo da adulti sul mondo del la­voro; il peccato è che tal­volta pensiamo di esser così nel giusto che rigettiamo l’idea di metterci in discussione. I giovani in­vece presentano gli adulti come spacciatori di frasi fatte, di stereotipi, sen­tenze, pregiudizi; raccon­tano di dinamiche più o meno disfunzionali, di reazioni irrazionali nei con­fronti delle quali tocca a loro far da adulti, disinne­scare, tacere; riportano di adulti avvezzi alle scor­ciatoie, al portare avanti i propri interessi rimanendo rintanati nelle proprie posizioni, alludendo che è imbarazzante parlare di soldi, di diritti «quando un lavoro ce l’hai e devi anche ringraziare per quest’opportunità»; riferiscono di competenze barat­tate per favori, di politiche non a vantaggio dei più giovani, di impossibi­lità di dialogo, di sfiducia nei loro confronti. In­somma, non ne usciamo proprio bene da queste narrazioni. È vero, lo so, non tutti gli adulti sono così (per fortuna!), ma presentarsi come “adulti” significa avere il coraggio di prendere sulle spalle gli errori della nostra ge­nerazione e provare a offrire un’alternativa; così come presentarsi come giovani significa abbrac­ciare quest’adultità fe­rita e provare a mettere sul tavolo talenti, com­petenze, professionalità e fare un pezzo di strada insieme.
Sigmund Freud affermava che la persona sana, era colei che si presentava responsiva alla capa­cità di lavorare e amare. E se è vero tutto questo, non può che essere fu­turo la parola guida, la cui radice etimologica deriva dal latino futurus, participio futuro del verbo essere.

(Tony Drazza, rivista SE VUOI 3/2025)