La porta della SPERANZA

Può accadere, ogni tanto, di usare pa­role o termini in modo sbagliato. Credo che questo avvenga anche per quanto riguarda la pa­rola speranza. Sono quasi certa che qualche volta anche a te sarà capi­tato, in una situazione dalla incerta evoluzione, di dire o ascoltare frasi del tipo «Dai speriamo!» oppure «Speriamo in bene» (che poi mi domando se sia mai possibile sperare in male visto e considerato il fatto che la speranza ha di suo una tensione naturale al bene). Ma torniamo alla consueta espressione di cui sopra… sperare è es­sere certi che il bene vince, che una soluzione si trova, che una via d’uscita esiste. Ecco perché dire «Dai speriamo» rap­presenta un modo inap­propriato di utilizzare il termine perché lascia spazio al dubbio, non si sa se andrà bene o se andrà male.
Di fatto sperare non è, metaforicamente parlando, stare al buio augu­randosi che una luce ar­rivi, ma è restare in quella condizione, anche con tremore, sapendo, però, che una luce c’è e che si tratta solo di trovarla!
E… quel tempo d’attesa tra “la notte” e “il giorno” che, talvolta, sembra in­terminabile? Non è inu­tile, magari doloroso sì, eppure maieutico: necessario a noi stessi per ti­rare fuori quel di più che fa la differenza, già pre­sente in noi e che forse non avremmo mai sco­perto se avessimo avuto la soluzione immediata, bella e pronta.
Ripensa, ad esempio, a quell’episodio faticoso della tua vita che sembrava irrisolvibile e che invece, non solo si è risolto, ma ti ha reso migliore. Noi siamo la somma delle attese che viviamo tra dubbio e certezza, per­ché in quello spazio lì si rivela la cifra di noi stessi.
Ecco forse che il senso di un Giubileo sulla speranza, come quello che stiamo vivendo quest’anno, è quello di ricordarmi e di ricordarti che la verità di me e di te non sta nell’ essere perfetti, ma nel darci il permesso di es­sere fragili, frantumabili, bisognosi d’aiuto, capaci, però, al tempo stesso, di credere che quell’aiuto c’è ed è per tutti. Certi che quell’amore non è da rincorrere, ma ci at­tende sulla soglia, anzi ci viene incontro e pronun­cia al cuore quelle parole che tutti abbiamo biso­gno di sentirci dire: «Ti stavo aspettando!». Solo così l’inspiegabile attesa che viviamo tra dispera­zione e speranza si tra­sforma in attesa del Padre, di quel Padre che non misura il suo amore in partita doppia, perché predilige la voce del “dare” a quella dell’“avere”.

Custodire questa cer­tezza nel cuore significa sperare e farlo impedendo alle nostre logiche minimaliste di scalfirla. Non basta riconoscerci capaci di sperare, oc­corre proteggere que­sto dono. La speranza è il passepartout che ga­rantisce l’accesso alla vita e chiama in gioco una grande compagna di viaggio: la fede. Questo ci chiede di mettere in conto il fatto che non è detto che il risolversi di una situazione combaci con quello che avremmo voluto noi. Tante volte le cose vanno diversamente da come avremmo vo­luto, eppure credere è sapere che anche questo ha il suo senso nono­stante la nostra incapa­cità di comprenderlo subito appieno.

Stare sulla soglia della speranza, allora, non ri­chiede molto tempo, il passo è breve perché si sente il bisogno di attra­versare la porta Santa per attraversare se stessi, riconoscersi piccoli, ma amati, piccoli ma at­tesi, piccoli e per questo chiamati. Chiamati ad annunciare agli altri che in quella stanza buia una luce c’è e che vivere, a volte, è smarrirla, ma so­prattutto tornare a cer­carla, trovarla per poi fare luce ad altri mentre la cercano.
Attraversare la soglia della speranza non è qual­cosa che si compie per merito, bensì con consapevolezza. Solo allora, dopo aver oltrepassato la porta d’ingresso, si attraversa quella dell’uscita, ma solo per uscirne migliori.

(Roberta La Daga, rivista SE VUOI 3/2025)