Il silenzio del mare

di Vercors

Di solito, quando si parla di guerra, ci si preoccupa di chi sarà il vinci­tore. Non che sia impor­tante, intendiamoci, ma ogni conflitto porta con sé un rischio che dipende solo in parte dal risultato dei combattimenti. Il vero pericolo infatti è che a vincere sia proprio la guerra, ossia il sentimento di ostilità e di diffidenza da cui scaturisce l’inimicizia tra i popoli e tra le persone. È un tema che la letteratura affronta fin dalle origini. In fondo, di che cosa narra l’Iliade se non di una città assediata, di un esercito che ha attraversato il mare per conquistarla e di due eroi che, dopo essersi affron­tati in duello, ritrovano qualcosa di simile alla pace nel momento in cui il vincitore accetta di ren­dere omaggio al vinto?

Ma la guerra, purtroppo, non è storia antica. La cronaca continua a ri­portarci notizie di scontri troppo spesso sanguinosi e basta tornare indietro di qualche decennio per ri­trovarsi davanti allo spet­tacolo spaventoso delle guerre che hanno diviso il continente europeo.
Il piccolo libro di cui vo­gliamo parlare questa volta è nato proprio in questo contesto, per l’esattezza nel 1941, quando la Francia era occupata dall’esercito tedesco. Non era la prima volta che le due nazioni si fron­teggiavano: tra il 1870 e il 1871 c’era stata la guerra tra Parigi e la Prussia, tra il 1914 e il 1918 il fronte francese era stato uno dei più martoriati della Prima guerra mondiale. Ogni volta, a conflitto ter­minato, si era profilata l’ipotesi di una riconciliazione che adesso era nuovamente smentita dall’avanzata della Germania di Hitler.

Eppure, nono­stante tutto, anche in quel clima disperato qualcuno sembra coltivare ancora il sogno di un’ami­cizia tra i due popoli.

A nutrire con convinzione questo desiderio è un ufficiale tedesco, Werner von Ebrennac, uno dei tre personaggi che incontriamo in IL SILENZIO DEL MARE di Vercors. L’autore, come avrete capito, adopera uno pseudonimo, stratagemma indi­spensabile per non farsi riconoscere dalle autorità naziste. Il suo vero nome era Jean Marcel Adolphe Bruller, era nato nel 1902 a Parigi da una famiglia di origine ungherese e a Parigi sarebbe morto nel 1991. Illustratore abba­stanza affermato, durante la guerra collaborava ad alcune pubblicazioni clandestine e a un certo punto ebbe l’idea di scrivere un racconto ispirato alla sua esperienza. Come a molti francesi, anche a lui era capitato di vedersi confiscare la casa, che era stata poi assegnata a un ufficiale tedesco.
Con grande sorpresa, Ver­cors aveva dovuto am­mettere che si trattava di una persona gentile, pre­occupata di non disturbare troppo e di non danneggiare l’arredamento.
Nello stesso tempo, però, quell’uomo restava un nemico: la guerra non permetteva altro.

Esattamente questa è la situazione che ritroviamo ne Il silenzio del mare, scritto di getto e subito diventato un successo o, meglio ancora, un simbolo della Resistenza. La trama è semplicissima.
In una cittadina della Francia un uomo anziano vive insieme con la nipote, poco più che adolescente. Costretti a ospitare un militare tedesco, i due decidono di mantenere le distanze: a malapena gli rivolgono la parola, non mangiano con lui, non lasciano mai aperta la porta della stanza in cui si sono rifugiati.
Il problema è che l’ufficiale, Werner, vorrebbe invece entrare in rapporto con loro. È giovane anche lui, è un musicista, ama appassionatamente la cultura e in particolare la letteratura francese. Gli rincresce che i due Paesi siano di nuovo in guerra, ma è sicuro che questo conflitto sarà l’ultimo. Nella nuova Europa che Hitler sta costruendo ci sarà posto per tutti, regnerà finalmente la pace e anche la Francia e la Germania prospereranno l’una a fianco dell’altra.
Ogni sera Werner fa un discorso di questo tipo. Bussa educatamente alla porta, chiede permesso e poi, appena entrato, inizia a ripetere quanto ami Molière, quanto gli piaccia Balzac, come sarà bello quando tutto sarà sistemato. Il vecchio e la ragazza lo ascoltano in silenzio, senza mai dargli soddisfazione. Per loro è un modo di opporsi, di non dargliela vinta, di far capire che non si fidano. Per quanto possa sembrare incredibile, Werner parla sinceramente. Riesce a rendersi conto del proprio errore solo dopo aver incontrato un gruppo di altri ufficiali, che ridono della sua ingenuità: il tempo degli ideali è passato, per la Francia non c’è futuro, il Terzo Reich cancellerà ogni tradizione diversa da quella tedesca.

Onesto fino in fondo, alla vigilia della partenza Werner confessa la propria sconfitta.
Ed è allora, all’ultimo momento, che la ragazza fa sentire la sua voce, mormorando un saluto che suona come un segno di speranza. Un indizio minimo, d’accordo. Ma è il segno che la guerra non ha vinto del tutto.

(Alessandro Zaccuri, rivista SE VUOI 4/2021)