… esiste la
“sindrome di Parigi”?

Scoprendolo ho pensato: «Ecco, non sanno più cosa inventarsi!», ma poi ho letto che si tratta addirittura di una malattia psicosomatica rara che colpisce, per gran parte, turisti giapponesi. Per farla breve, nasce dalle aspettative deluse con le quali i malcapitati si trovano a fare i conti dopo aver sperimentato che Parigi non è come la si immaginava. Fermo restando che si tratta di una patologia che merita rispetto e attenzione, questa sindrome mi ha fatto tanto riflettere. Penso ad esempio a tutte quelle situazioni in cui, sperando di ottenere un preciso risultato, poi ci sono rimasta male e a quante energie ho perso dietro quella storia. Lo so che è successo anche a te. La domanda, allora, che potremmo porci quando le cose vanno così è: «E se da questa situazione potesse nascere qualcosa di nuovo?». La verità è che davanti ai conti che non tornano, possiamo decidere se fare i capricci o rimboccarci le maniche, perché a volte può essere che la vita sia ingiusta, ma il più delle volte sono i nostri occhi che non sanno più cercare fuori e dentro di noi alternative, nuovi spiragli di luce.
Prendiamo i discepoli di Emmaus (Luca 24), li conosci? Due seguaci di Gesù che avendolo visto morire in croce avevano deciso che era tutto finito. Basta, ennesima delusione, un altro che è tutto fumo e nulla più! Due come noi insomma che, presi dalle loro aspettative naufragate, avevano tagliato le gambe alla speranza e non avevano riconosciuto Gesù in persona accanto a loro. E poi? Poi le cose cambiano anche per loro e sai perché? Perché ogni delusione porta con sé una nuova strada, una “Parigi” fatta di volti, storie, abbracci, progetti che sono la prima opera d’arte al mondo, patrimonio dell’umanità e del cuore, ma che solo noi possiamo “fotografare”.
(Roberta La Daga, rivista SE VUOI 5/2023)