Mi ha “ghostato”
Luca e Maria si sentono ormai da qualche settimana. È iniziato tutto da un like su Instagram, sono seguiti messaggi in DM e poi, finalmente, si sono scambiati il numero di telefono. Tutto sembrava andare a gonfievele… fino a quando, improvvisamente, Maria è sparita nel nulla. Niente più messaggi, non risponde più alle chiamate. È diventata un fantasma: Luca è stato ghostato.

Ghosting, voce del verbo scomparire. Si tratta dell’interruzione unilaterale e improvvisa di ogni forma di comunicazione con una persona con la quale avevamo un legame affettivo, senza dare spiegazioni. La situazione è semplice: il ghoster, colui che interrompe la relazione, non è capace di comunicare il suo disinteresse all’altro/a e decide di interrompere definitivamente la relazione senza la fatica di un confronto faccia a faccia. È una forma di disimpegno relazionale, un modo di troncare con qualcuno “zero sbatti”.
Purtroppo, ne abbiamo fatto esperienza in molti: l’indagine internazionale ESPAD 2024 ha rivelato che il 41% degli studenti tra i 15 e i 19 anni ha ghostato o è stato ghostato da un coetaneo, con una prevalenza delle ragazze rispetto ai ragazzi. È strano: in un tempo in cui siamo sempre connessi e visibili, scomparire non è mai stato così facile!
Chi è stato ghostato lo sa, è un’esperienza dolorosa: rimanere in uno stato di incertezza, in attesa di un messaggio che non arriverà mai, rende difficilissimo elaborare quanto sta accadendo. Quando si viene lasciati o una nostra amicizia si interrompe proviamo un forte dolore che, però, ha un inizio e una fine. Essere ghostati, invece, è più simile a una lenta agonia che, alla lunga, porta a problemi di autostima, aumenta la nostra diffidenza nei confronti degli altri e la nostra ansia.
Quali sono le ragioni che spingono una persona a ghostare? Perché il ghoster sembra non rendersi conto del dolore che provoca? Non facciamo l’errore di dare la colpa solo alla tecnologia, la questione è più complessa… Sono due le ragioni alla base di questa forma disfunzionale di stare in relazione con gli altri.
La prima non riguarda né le tecnologie né gli smartphone… riguarda, invece, il modo con il quale gestiamo le emozioni. Paura, tristezza, rabbia, frustrazione: quanta fatica facciamo a vivere queste emozioni! Matteo Lancini, psicoterapeuta e presidente della fondazione Minotauro, parla a questo proposito di “fragilità adulta”: gli adulti stessi non riescono ad ascoltare e accogliere le emozioni dei più giovani, soprattutto quelle negative. In un mondo basato su visibilità e sovraesposizione, spesso impediscono a bambini e adolescenti di provare ciò che loro non sono in grado di sostenere. Il risultato? L’incapacità di gestire le proprie emozioni.
D’altra parte, quando la nostra comunicazione con gli altri è mediata da uno schermo, riconoscere le emozioni (le nostre e quelle altrui) è più difficile perché le nostre relazioni sono disincarnate – private, cioè, dalla fisicità del corpo. Questo significa che i nostri neuroni specchio non si attivano come dovrebbero. “Mettiti nei miei panni”, quante volte lo abbiamo sentito? Non è solo un modo di dire: quando osserviamo qualcuno compiere un’azione o provare un’emozione i neuroni specchio entrano in funzione, permettendoci di simulare quello che vediamo come se lo stessimo facendo noi. Ma se il corpo non c’è, i neuroni specchio non si attivano ed è più difficile comprendere cosa stia provando chi sta dall’altra parte dello schermo.
Cosa possiamo fare noi? La prima cosa che dobbiamo fare è conoscere e comprendere le dinamiche alla base di questo comportamento, solo così sapremo dare un nome a quanto sta accadendo e affrontare con consapevolezza l’angoscia tipica di chi viene ghostato. Ma conoscere non basta, ciascuno di noi è chiamato a fare la propria parte per portare online un modo nuovo di stare in relazione. Accogliamo l’invito che Papa Leone ha rivolto ai missionari digitali e che rivolge a tutti noi: “Andate a riparare le reti” (cf. Mt 4,21-22). Possiamo essere noi i primi a costruire reti diverse, che mettano al centro l’altro. È una questione di stile!
(Maria Vittoria Lami, rivista SE VUOI 3/2026)