“NO”

Oggi avrebbe 111 anni la donna il cui “No!” cam­biò la storia, cam­biò lo sguardo degli uomini e delle donne del tempo. Vi parlo di Rosa Parks, donna afroameri­cana che con coraggio e determinazione si ritrovò a sovvertire i potenti, a combattere i pregiudizi, a sradicare convinzioni e leggi immorali.

Siamo in Alabama, preci­samente a Montgomery, quando il 1° dicembre 1955, Rosa salì sull’ auto­bus per fare ritorno a casa dopo una lunga gior-nata di lavoro. Senza pensarci troppo, stanca e affaticata, si se­dette nella fila centrale del mezzo. L’autobus partì, ma dopo poche fermate salì a bordo un uomo bianco. Per la legge, frutto della politica segrega­zionista del tempo negli Stati Uniti del Sud – poli­tica che prevedeva la se­parazione fisica tra bianchi e afroamericani nella vita sociale –, i posti da­vanti erano riservati ai bianchi, quelli dietro agli afroamericani e quelli centrali a entrambi, con precedenza ai bianchi. Non essendoci posti li­beri, l’austista chiese fer­mamente a Rosa di alzarsi e cedere il posto. Rosa rispose con un sem­plice, detonante e rivo­luzionario “no”. Questa risposta fu di una po­tenza disarmante per lei e per la storia. Per tutti gli uomini e le donne del tempo, di ieri, di oggi e di domani. Due sillabe ton­deggianti e rumorose che fecondano la vita di altri, allargano le prospettive, diventano generative.

Il rifiuto di Rosa le causò una pena non indiffe­rente: fu messa in carcere per condotta impropria; la notizia iniziò a girare di bocca in bocca, a passare tra le voci e le mani della gente, di chi la sosteneva e inneggiava a lei come a una donna coraggiosa e di coloro i quali la ritene­vano una ribelle. Poche ore dopo era una donna libera grazie alla cau­zione pagata da un avvo­cato e attivista per i diritti degli afroamericani. Ciò che scaturì da questo “no” è storia, è libertà (o quasi). La comunità afroame­ricana iniziò a boicottare l’utilizzo dei mezzi pub­blici, situazione che causò delle serie difficoltà alle aziende dei trasporti. La rivolta durò fino al 1956, quando la Corte Suprema degli Stati Uniti dichiarò incostituzionale la segregazione sui mezzi pubblici, all’unanimità.

Il coraggio di una donna passò, dunque, in un pe­riodo storico difficilissimo, attraverso due sillabe dalla forza dirom­pente. Ci avresti creduto mai? Voi avete avuto mai il coraggio di dire “no” dinanzi ai soprusi, ri­schiando per il bene dei fratelli e delle sorelle? Saper porre dei limiti, sapersi sottrarre richiede quindi – e scusate se lo ri­peto mille volte – corag­gio. Mi fa sorridere pensare che nel dialetto sa­lentino (nel mio dialetto salentino) il verbo “avere, tenere” si coniuga pro­prio con “aggiu” e la parola “coraggio” sembra essere costituita da “aggiu – core”, ossia “ho cuore”, o, meglio ancora, “ho a cuore”. Mi viene da pensare che ogni “no” detto con coraggio è un “no” che racconta la bellezza di qualcosa che si ha a cuore: la vita delle persone, l’uguaglianza, la libertà.

Vedete, ci sono dei “no” che sono acqua buona. Dei “no” che servono a crescere rigogliosi e saldi, che sono essenziali, che indicano il sentiero, che permettono i germo­gli. Sono certo che cia­scuno di voi, se prova ad andare indietro nel tempo con la mente, ricor­derà sicuramente quel “no” dei propri genitori o di un adulto di riferimento che l’ha reso più uomo, più donna, che l’ha reso migliore, più forte, più buono. O ancora quel “no” detto a se stesso pur di restare fedele alla pro­pria esistenza, pur di riconoscersi leali con se stessi, pur di non venir meno a una promessa personale, a un accordo col proprio cuore.

Anche nel Nuovo Testa­mento il Signore ribalta il modo di pensare degli uomini proprio con que­sta particella di negazione. In Matteo 13,24-30 leggiamo la seguente para­bola:

“[…] Signore, non hai se­minato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano” […].

È impossibile non notare quel “no” al v. 29. Se pro­vassimo a metterci nei panni del Signore, noi – guardando però alle cose del mondo con gli occhi degli uomini – avremmo ritenuto giusta l’idea di sradicare la zizzania, fasti­diosa e invadente, che impediva la crescita del grano buono. Ma ciò che ci viene chiesto con quel “no” è di guardare alle cose del mondo con gli occhi di Dio, il quale con at­teggiamento paziente e lungimirante ci dimostra che il “no” a volte è neces­sario, se non vitale, affin­ché il bene cresca nonostante il male, la bellezza resista nonostante le brutture, l’amore vinca sulla morte. Sì, hai ra­gione con il “no” rischi di restare da sola o da solo; rischi tanto perché nes­suno è più abituato al “no”; rischi perché sarai considerata ribelle, ma è solo da quel “no” detto non per capriccio ma per convinzione che rinasce la bellezza di una vita. Come la tua!

(Tony Drazza, rivista SE VUOI 3/2024)