OLTRE LA CORSA

Il valore del fermarsi per ascoltare ciò che vogliamo davvero

Immagina per un at­timo di “spegnere i mo­tori” della routine quotidiana e restare per qualche istante immobile, come quando, arrivato in un parcheggio, entri nello spazio della sosta, spegni l’auto e invece di uscire di corsa, resti in auto, così, senza far nulla: semplicemente “ti parcheggi”, ti lasci raggiun­gere dal silenzio e os­servi ciò che hai davanti. Probabilmente questa immagine suscita in te delle emozioni contra­stanti e anche i pensieri che ad essa si affiancano, potrebbero descri­vere una situazione di tristezza, di stress, o di piacevolezza. Quante volte, in maniera molto forte, si presenta il deside­rio di volersi fermare, e concedersi il piacere di una pausa, quel tempo sospeso dove i pensieri e le emozioni, i desideri e le domande possano finalmente fluire libera­mente ed entrare così in dialogo con noi.
Se da una parte questo sarebbe auspicabile per molti di noi, per altri aspetti ci rendiamo conto che non è poi così poe­tico e ancor meno facile dedicare del tempo al­l’ascolto di sé, sentiamo piuttosto che il fermarsi e il sospendere la dina­mica del “fare” è molte volte percepito come ri­schioso, se non addirit­tura inutile, in quanto, non produce nulla di concreto nell’immediato. Il ritmo intenso che scandisce la quotidianità della maggior parte di noi è fatto di impegni strutturati, di obiettivi da raggiungere, di scadenze che incombono, si entra inconsapevolmente in un vortice che diventa necessario per definire ricca e soddisfacente la vita personale. Eppure, tutta questa efficienza procede su un terreno di insoddisfazione, si ha come l’impressione di cor­rere con l’intento di raggiungere grandi mete, ma l’unica certezza chiara è che non ci sentiamo mai pienamente soddisfatti. Così, come un cri­ceto in gabbia, corriamo freneticamente nella ro­tellina che altri hanno piazzato, ci sembra una corsa verso la libertà e di dar sfogo a tutte le no­stre energie invece, siamo sempre sullo stesso punto e per di più in gabbia.

Quel Gesù che i Vangeli ci narrano, di incontri e situazioni ne ha vissute un’infinità, non è stato mai fermo, camminare era chiaramente un tratto della sua personalità. Anche chi lo seguiva re­stava spesso disorientato; a fine giornata erano stanchi, eppure tutto questo movimento di vita e di incontri aveva una radice ben precisa: il si­lenzio, la solitudine della notte, il ritirarsi nel de­serto; nulla che avesse a che fare con il togliere, ma con il raggiungere l’essenziale. Non possiamo immaginare di in­contrare qualcuno, che potremmo paradossal­mente essere anche noi stessi, senza coltivare e abitare “l’attesa”, il vuoto dell’assenza dell’altro, del non ancora ascoltato, visto, incrociato. Quando nella vita ci domandiamo cosa desideriamo realizzare, quale progetto vorremmo costruire, o quali persone ci piace­rebbe avere come amici nella nostra rete relazio­nale, siamo già proiettati alla fine di un percorso, la nostra mente e il cuore sono gettati in avanti, verso l’arrivo, dimenti­cando che il tempo e la strada necessaria per ar­rivarci è impastata di si­lenzi, soste, vuoti, attese, nostalgie, gratuità e so­prattutto di cura.
Torno a quell’uomo nar­rato dal Vangelo che ab­biamo già citato, quando tornano i settantadue discepoli del suo gruppo che lui stesso aveva in­viato, i loro racconti erano pieni di entusiasmo, di successo, l’accoglienza ricevuta e l’efficacia delle loro parole non erano mai state speri­mentate, eppure Gesù fa un invito inaspettato, semplice, insignificante, scontato: ora venite e ri­posatevi, come a dire, la­sciate che il vissuto si radichi in voi, sostate nel ricordo delle storie in­contrate, degli sguardi incrociati, date tempo al silenzio perché vi renda terreno fertile che acco­glie e trasforma.

Fermarsi, in questa pro­spettiva, non è inazione vuota e inefficace, non è presa di distanza o isola­mento, non è ricerca di un semplice benessere psico-fisico, fermarsi è il coraggio di chi non fugge, di chi cura uno spazio che abiterà con altri, di chi si rende re­cettivo nei confronti della vita, e preparare la propria fecondità.

(Amedeo Angelozzi, rivista SE VUOI 2/2025)