Pelle a pelle, cuore a cuore

È oggi pratica diffusa che il neonato, appena dopo il parto e possibilmente entro la prima ora di vita, chiamata “l’ora sacra”, possa stare in contatto pelle a pelle con la madre, per favorire la produzione dell’ossitocina (un ormone che rilassa e calma), l’allattamento, la stabilizzazione di alcuni parametri fisiologici, come la respirazione, l’ossigenazione, la frequenza cardiaca e la temperatura corporea, e in definitiva l’instaurarsi del legame di attaccamento, con esiti favorevoli sullo sviluppo a lungo termine. Il neonato è introdotto alla vita da una relazione di contatto, calore, prossimità, sicurezza e piacere.
È stato addirittura suggerito che il tatto sia la prima forma di linguaggio tramite cui si fa esperienza di sé e degli altri, in modo primordiale già nella vita intrauterina, e potremmo dire che è per eccellenza il senso più “relazionale”.

Già Aristotele aveva scritto che il tatto ha una na­tura per così dire spe­ciale, perché, a differenza degli altri sensi, è l’unico sistema bidirezionale: nel toccare noi tocchiamo l’altro e insieme siamo toccati dall’altro. Quando stiamo a contatto con un altro, insieme noi abbiamo esperienza di noi stessi. Quando il neonato viene cullato, accarezzato, abbracciato dalla madre, si sente amato, si percepisce vivo, e con reciprocità reagisce ricercandola e rico­noscendola come figura preferenziale di riferimento (ad esempio ag­grappandosi al seno) e rinforzando il legame.
Nel contatto avviene una forma di reciproco rico­noscimento, che sostiene e dà senso alla vita di entrambi.

Il contatto continua ad essere importante anche quando cresciamo e diventiamo più grandi, in tutte le forme di rela­zioni che andiamo tessendo (di amicizia, sentimentali, professionali,…) e affinché sia vitale è sempre necessario che sia mosso da quel movi­mento di reciprocità che osserviamo tra la madre e il neonato, in cui allo stesso tempo si ama e ci si sente amati: il gesto di contatto amorevole senza il riscontro di un atteg­giamento simile nell’altro non nutre il rapporto e non crea legame.
L’empatia è un altro in­grediente irrinunciabile: la capacità di sintoniz­zarsi sui bisogni dell’al­tro e di mettersi nei suoi panni, provando e sen­tendo le sue emozioni, rende il contatto auten­tico. E, come radioline al- la ricerca della stessa fre­quenza, questo processo richiede pazienza, fiducia, trasparenza e gra­tuità: occorre liberarsi dalla frenesia e dall’egoi­smo ed evitare di ricer­care, in modo strumentale, la vicinanza dell’al­tro per soddisfare esclusivamente bisogni indi­viduali.
Vien da sé, dunque, che c’è anche responsabilità nel contatto vitale. Que­sto ben lo vediamo all’interno di una relazione di coppia nella forma più intima di contatto fisico, ossia nel rapporto ses­suale: la donna si abban­dona all’uomo e lo accoglie in un gesto di apertura e affidamento di sé quando sente che l’uomo la possiede con re­sponsabilità, protezione e rispetto. I partner si mettono a nudo, espo­nendo se stessi comple­tamente e mettendosi in una posizione di vulne­rabilità perché sentono che l’altro è presente con senso di responsabilità. L’esperienza del piacere viene pienamente vissuta solo se i movimenti del corpo rispondono simultaneamente ai movimenti del cuore. Come po­tremmo affrontare il ri­schio di mettere la nostra vita nelle mani di un altro, se non ci sen­tissimo al sicuro? Come potremmo aprirci au­tenticamente mostrando anche le nostre imperfezioni e i nostri li­miti, se non ci sentissimo accolti senza condizione? Potremmo al massimo fare dei gesti mec­canici, delle performance, che ci forniscono una qualche forma di gratifi­cazione, che nulla però hanno a che vedere con la pienezza (nel senso di completezza) della ses­sualità umana.
Insieme al corpo dell’al­tro, noi desideriamo il suo cuore. Il contatto, quando orientato dall’amore, è in grado di farci assa­porare di nuovo la sacra­lità dei primi momenti di vita, quando lasciandoci andare nelle brac­cia materne, ci sentiamo accolti con amore gratuito e riconosciuti all’interno di una rela­zione che ci nutre, pelle a pelle, cuore a cuore.

(Elena Canzi, rivista SE VUOI 1/2025)