Il superstite

QUALE FUTURO PER L’ESSERE UMANO?

Carlo Cassola in una fase della sua vita e della sua vasta produzione ha riflettuto a lungo sulla possibilità del punto di non ritorno dell’umano per gli effetti del­l’energia nucleare. E ce lo ha raccontato. Su que­sto tema scrisse la cosid­detta TRILOGIA ATOMICA, costituita di tre romanzi: Il superstite, del 1978, Ferragosto di morte, del 1980, Il mondo senza nessuno, del 1982.

Erano anni che oggi pa­iono lontani, ma lo sce­nario resta, purtroppo, di grande attualità.
Il superstite già dal ti­tolo indica il fondale in cui si sviluppa la vicenda, rimandando a qual­cuno che sopravvive per misteriosi destini a una catastrofe epocale. Que­sto primo libro della tri­logia narra la vicenda di un cane, Lucky, che si ri­trova improvvisamente solo all’indomani di un inaspettato evento che si abbatte nel cuore dell’estate, a Ferragosto. Tutto in apparenza sembra uguale, ma il mondo non è più lo stesso.
Gran parte degli umani sono scomparsi insieme a molti animali. Sparisce il padrone di Lucky, ma pure il gatto, suo compagno di giochi, e anche l’altro cane suo amico, Jack. Lo scenario silenzioso e svuotato dal rumore della città, di quel mondo ordinario in cui il tempo convulso improvvisa­mente decelera per di­ventare quasi fermo, è il fondale in cui vaga que­sto dolce cane rimasto solo in un mondo troppo triste per lui. La scrittura raffinata di Cassola ci conduce in uno spazio sempre più verti­ginoso, vuoto, dove pochi animali per un misterioso destino sono riusciti a sopravvivere. Lucky vaga solo in questa spelonca disanimata che è all’improvviso la terra, e che coincide con la tra­gica e ineluttabile condi­zione del post atomico. Un luogo alienante in cui non c’è più possibi­lità di incontri, di scambi, di comunicazione. Il cane nel suo vagare senza meta, in fondo ha uno scopo: quello di incon­trare ancora qualcuno in vita, grazie al quale rico­struire l’unità perduta di se stesso. L’assenza di un tu su cui poter contare, a cui potersi consegnare, fa implodere il senso di tutto. Cassola ci racconta la fine del mondo con tenue lentezza, senza ap­parenti colpi di scena e traumi. Lucky si spinge fino a un corso d’acqua dove ancora vive qual­che altro povero superstite come lui.
Si tratta di un piccolo pesce muggine con cui il cane intrattiene un’estrema, tenera relazione di amicizia. Due ecosistemi diversi, in cui è possibile tuttavia ancora ritrovarsi. Inizia così l’ultimo passaggio della vita di en­trambi, costretti d’im­provviso a una solitudine imprevista, dramma­tica, di fronte a cui nes­sun essere vivente pare essere davvero pronto. Il finale che ci indica Cas­sola smentisce, nono­stante ogni sforzo dei sopravvissuti, la possibilità di rimanere nelle cornici precedenti, nel mondo antecedente la sciagura. Quel mondo che l’uomo stesso ha trasformato, deturpato e poi distrutto. La conclusione non è roboante. Non un colpo di spugna improvviso, ma decelerato, colmo della tragica consapevo­lezza che un passo indie­tro non si può più fare. Gli animali qui testimo­niano nelle loro emozioni e negli slanci affettivi che Cassola tributa a cia­scuno di loro, l’esempio della fedeltà alla vita, la tenerezza rilanciata di fronte al male superiore, la tenacia della resi­stenza affettiva nell’abbandono.
Questo romanzo ha il sa­pore delle favole anti­che, con gli animali come protagonisti, educa alla consapevolezza delle nostre scelte morali senza proclami e senza imposizioni verticalistiche. Proietta uno scena­rio oggi quanto mai pos­sibile, quello di un mondo che apparentemente resta uguale, ma privato della vita, senza relazioni, senza la bellezza degli scambi. Perché nessuno ha creduto nella pace. Gli animali, ultimi superstiti di una terra morente, non a caso sem­brano comprendere ciò che è sfuggito agli uo­mini: hanno capito che il segreto sta nel ricono­scere, nell’affidarsi e nel rispettare davvero chi abbiamo accanto.

(Cristiana Freni, rivista SE VUOI 5/2025)